Viviamo in un universo la cui immensità presuppone un potente Creatore e la cui
bellezza, disegno ed ordine rivelano l'esistenza di un saggio Legislatore. Ma
chi fece il Creatore? Noi possiamo regredire di causa in effetto, ma non
possiamo continuare all'infinito ad andare indietro nel tempo, senza ammettere
un Essere Eterno. Questo Essere Eterno è Dio, l'Eterno, la Causa Prima e la
Fonte di ogni buona cosa esistente.
1. L'affermazione della Sua esistenza
2. Le prove della Sua esistenza
3. Negazione della Sua esistenza
1. L'affermazione della Sua esistenza
Le Scritture non tentano per niente di provare l'esistenza di Dio con prove
razionali: essa viene accettata come un fatto normale. In nessun punto le
Scritture espongono una serie di prove dell'esistenza di Dio come preliminari
alla fede, ma dichiarano il fatto e invitano l'uomo a credere: «Chi s'accosta a
Dio deve credere che Egli è» (Ebrei 11:6). Questa affermazione è
il punto di partenza proposto dalla Bibbia all'uomo nei suoi rapporti con Dio.
La Bibbia parla di uomini che dicono nel loro cuore che non vi è Dio; ma costoro
sono «stolti», cioè senza timor di Dio, e vogliono cancellare Dio dal loro
pensiero perché vogliono escluderLo dalla loro vita. Essi appartengono al gran
numero degli atei pratici, cioè di coloro che vivono e parlano come se
Dio non vi fosse, e superano di gran lunga il numero degli atei storici,
cioè di quelli che affermano di attenersi alla convinzione intellettuale che non
vi è Dio. E stato fatto notare che l'affermazione «non vi è Dio» non implica
necessariamente che Dio non esista, ma che Egli non interferisce negli affari
del mondo; facendo assegnamento sulla Sua assenza, gli uomini si «corrompono» e
si comportano in modo abominevole (Salmo 14). Il Dott. A.B.
Davidson scrive:
Non viene fatto nessun tentativo per dimostrare l'esistenza di Dio, perché
ovunque, nella Bibbia, Iddio viene presentato come conosciuto. Nessun passo,
nell'Antico Testamento, prospetta la possibilità che gli uomini raggiungano la
conoscenza di Dio attraverso la natura o gli avvenimenti della provvidenza,
sebbene vi siano dei passi che implicano che le false idee di ciò che Dio è
possono essere corrette attraverso l'osservazione della natura e della vita...
L'Antico Testamento si preoccupa assai poco di discutere per provare che Dio può
essere conosciuto, come non si preoccupa di provare che Egli esiste. Come
potevano pensare gli uomini di provare che Dio può essere conosciuto, quando
erano persuasi di conoscerLo, quando sapevano che erano in comunione con Lui,
quando la loro coscienza e tutta la loro mente era piena ed illuminata dal
pensiero di Lui e quando sapevano che il Suo Spirito li muoveva, li illuminava e
guidava tutta la loro storia?
L'idea che l'uomo possa raggiungere la conoscenza di Dio e la comunione con Lui
attraverso i suoi sforzi è del tutto estranea all'Antico Testamento. Dio parla
ed appare; l'uomo ascolta ed osserva. Dio si avvicina agli uomini ed entra in un
patto e in un rapporto speciale con loro, Egli impartisce loro degli ordini; gli
uomini Lo ricevono quando si avvicina, accettano la Sua volontà ed ubbidiscono
ai Suoi ordini. Mosè ed i profeti non vengono rappresentati come delle menti
meditative, che riflettono sull'infinito e traggono conclusioni speculative o
ascendono ad elevate concezioni della Deità. L'Invisibile si manifesta davanti a
loro ed essi Lo conoscono.
Quando qualcuno dice: «Io conosco il Presidente della Repubblica», non intende
dire: «Io so che il Presidente esiste», perché questo e implicito nella sua
affermazione. Allo stesso modo, gli scrittori biblici ci dicono che conoscono
Dio e tale affermazione implica la Sua esistenza.
2. Le prove della Sua esistenza
Se le Scritture non ci offrono una dimostrazione razionale dell'esistenza di
Dio, perché cerchiamo di farlo noi? Per le seguenti ragioni:
1. Per convincere i sinceri ricercatori di Dio, cioè coloro la cui fede è stata
indebolita da qualche difficoltà e dicono: «Desidero credere in Lui; provatemi
che è ragionevole farlo». Ma non c'è prova che convinca una persona la quale,
desiderando vivere nel peccato e nell'egoismo, dica: «Vi sfido a provarmi
l'esistenza di Dio». La fede è una questione spirituale piuttosto che
intellettuale; se una persona non è disposta a pagare il prezzo, respingerà
qualunque prova (Luca 16:31).
2. Per fortificare la fede di coloro che già credono. Essi studiano le prove non
per credere, ma perché credono. Questa fede è per loro così preziosa, che sono
felici di ricevere qualunque cosa la possa accrescere.
3. Infine, per arricchire la nostra conoscenza della natura di Dio; infatti, non
esiste un soggetto di riflessione o di studio più grande di questo.
Dove possiamo trovare delle prove sull'esistenza di Dio? Nella creazione, nella
natura umana e nella storia umana. Da queste tre sfere deduciamo le seguenti
cinque prove dell'esistenza di Dio:
1. L'universo deve avere una Causa Prima o Creatore (argomento cosmologico,
dalla parola greca «cosmos» che significa «mondo»);
2.. L'evidente disegno dell'universo addita una Mente Suprema (argomento
teleologico, da «telos» che significa «fine, scopo»);
3. La natura umana, con i suoi istinti ed aspirazioni, mostra un Regnante
personale (argomento antropologico, dalla parola greca «anthropos» che significa
«uomo»);
4. La storia umana dà prova di una Provvidenza che regola tutte le cose
(argomento storico);
5. La credenza universale (argomento del «consenso generale»).
a. L'argomento cosmologico o della creazione
La ragione ci dice che l'universo deve aver avuto un principio. Ogni effetto
deve avere una causa adeguata: l'universo è un effetto e pertanto deve avere una
causa. Considerate le dimensioni dell'universo, nelle parole di George W. Grey:
«L'universo, come noi lo raffiguriamo, è un sistema di migliaia e milioni di
galassie. Ogni galassia è uno sciame di migliaia e milioni di stelle. Verso il
margine di una di queste galassie, chiamata la via Lattea, vi è una stella di
grandezza media, con una temperatura moderata, che già ingiallisce per la
vecchiaia: il nostro sole». E pensare che il sole è milioni di volte più grande
della nostra piccola terra! Lo stesso scrittore continua: «Il sole compie una
corsa vertiginosa verso il margine estremo della Via Lattea a circa 20 km. al
secondo, trascinando con sé la terra e tutti gli altri pianeti con essa; allo
stesso tempo il sistema solare viene lanciato, in un arco gigantesco, a 320 km.
al secondo, mentre la galassia stessa rotea come una gigantesca ruota
stellare... Fotografando delle sezioni del cielo si possono contare le stelle.
All'osservatorio di Harvard College ho visto una fotografia che comprendeva più
di 200 Vie Lattee, tutte registrate su una lastra fotografica 35x42 cm. Si
calcola che il numero delle galassie che compongono l'universo sia dell'ordine
di 500 milioni di milioni.
Considerando il nostro piccolo pianeta con le sue prolificanti forme di vita che
rivelano intelligenza e disegno, sorge la domanda: «Come è cominciato tutto
ciò?» La domanda è naturale, perché le nostre menti sono costituite in modo da
aspettarsi che ogni effetto abbia una causa. Concludiamo allora che l'universo
deve aver avuto una Causa Prima o un Creatore: «Nel principio Iddio» (Genesi
1:1).
b.
L'argomento teleologico o dello scopo
Disegno e bellezza sono evidenti nell'universo; ma disegno e bellezza implicano
un disegnatore: quindi l'universo è opera di un Disegnatore di intelligenza e di
sapienza divine, che li ha tratti all'essere. Il grande orologio di Strasburgo
ha, in aggiunta alle caratteristiche di un orologio qualunque, una combinazione
di lune e di pianeti che si muovono attraverso i giorni ed i mesi con la
regolarità dei corpi celesti, ed ha dei gruppi di figure che compaiono e
scompaiono con la stessa regolarità con la quale il grande orologio suona le
ore. Insinuare che in tutto questo non vi sia stato un disegnatore e che sia
«venuto per caso», è un insulto all'intelligenza e alla ragione. È altrettanto
sciocco pretendere che l'universo sia «venuto per caso» o, in termini
scientifici, che sia dovuto al «fortuito concorso di atomi».
Immaginiamo che la composizione del «Pellegrinaggio del cristiano» venga
spiegata così: l'autore prese un mucchio di caratteri da tipografo e con una
pala li lanciò in aria; cadendo in terra, gradualmente e naturalmente, questi
caratteri composero il famoso racconto di Bunyan. Il più spinto degli increduli
griderebbe: «Ridicolo!». Così noi rispondiamo alle asserzioni di certe correnti
scientifiche tanto in voga ai nostri giorni.
Dall'esame di un orologio si scopre che esso reca i segni di un progetto, perché
le diverse parti sono messe insieme per uno scopo: sono disposte in modo da
produrre un movimento e questo movimento è regolato per registrare le ore.
Da ciò si arguiscono due cose: l'orologio ha avuto un artefice; questo artefice
sapeva quel che voleva costruire ed ha progettato la sua opera secondo il suo
disegno, adattandola allo scopo di segnare le ore.
Queste conclusioni non possono essere alterate dal fatto che non abbiamo mai
visto costruire un orologio o non abbiamo mai visto un orologiaio all'opera e,
quindi, non abbiamo idea di come il suo lavoro si svolga. Così la nostra
convinzione che l'universo ha avuto un disegnatore non può essere alterata dal
fatto che non abbiamo visto la sua costruzione, o che non abbiamo mai visto il
Disegnatore. Osserviamo un disegno ben preciso nel mondo e concludiamo che esso
ha avuto un Artefice, il quale lo ha progettato con sapienza per gli scopi che
Egli persegue.
La nostra conclusione non potrebbe essere alterata nemmeno se qualcuno
osservasse che «l'orologio è il risultato dell'azione di leggi meccaniche e si
spiega attraverso le proprietà della materia». Noi lo considereremmo ugualmente
l'opera di un bravo orologiaio, che ha usato queste leggi e proprietà per
mettere l'orologio in condizione di funzionare. Allo stesso modo, quando ci
viene detto che l'universo è dovuto semplicemente all'azione delle leggi della
natura, noi siamo costretti a chiedere: «Chi ha progettato, imposto ed usato
queste leggi?», poiché una legge implica un legislatore.
Prendiamo un'illustrazione dalla vita degli insetti. Vi è una particolare specie
di scarafaggio, chiamato cervo volante, i cui maschi sono notevolmente
differenti dalle femmine: il maschio ha delle magnifiche corna, due volte più
lunghe del suo corpo; la femmina, invece, non ne ha. La loro larva deve rimanere
seppellita nella terra e deve attendere in silenzio e nell'oscurità la propria
trasformazione. Naturalmente sono solo delle larve e non presentano nessuna
differenza fra loro; eppure una di esse si scava un foro due volte più profondo
dell'altra. Perché? Perché le sue corna abbiano spazio per crescere ed essa
possa uscir fuori con le corna intatte. Come mai queste larve apparentemente
uguali, agiscono in modo diverso? Chi ha insegnato al cervo volante maschio a
scavarsi un buco due volte più profondo di quello che scava la femmina? Lo ha
compreso da sé? No, l'Iddio Creatore ha messo in quella piccola creatura la
percezione istintiva di ciò che è necessario per il suo bene.
Si può pensare che la larva abbia ereditato questa sapienza dai suoi genitori.
Ma un cane ammaestrato, ad esempio, può insegnare i suoi giuochi ai propri
cuccioli? E anche se ammettessimo che l'istinto è stato ereditato, rimarrebbe
sempre vero che qualcuno deve aver ammaestrato il primo. La spiegazione del
meraviglioso istinto delle creature si trova nelle parole del primo capitolo
della Genesi: «E Dio disse». Osservando un orologio ci convinciamo che
l'intelligenza non si trova nell'orologio stesso, ma in chi l'ha fatto; così,
osservando gli istinti straordinari che si trovano anche nelle più piccole delle
creature, concludiamo che l'intelligenza non è in esse, ma nel loro Creatore, e
che vi è una Mente che controlla anche i più piccoli dettagli della vita.
Il Dott. Witney, ex presidente della Società Americana dell'Accademia delle Arti
e delle Scienze, una volta affermò che «una calamita ne respinge un'altra per la
volontà di Dio e non vi è nessuno, oggi, che possa dare una risposta più
precisa». «Che cosa intendete per volontà di Dio?», gli fu chiesto. Il Dottor
Witney replicò: «Che cosa intendete per luce?... Abbiamo la teoria corpuscolare,
la teoria delle onde e quella dei quanti, ma esse sono solo delle dotte
congetture. Il dire che la luce viaggia per la volontà di Dio è una spiegazione
buona quanto un'altra... La volontà di Dio, la legge che scopriamo ma che non
sappiamo spiegare, e la sola definitiva».
A. J. Pace, disegnatore del «Sunday School Times», Giornale della Scuola
Domenicale, ci racconta di una sua intervista al compianto Wilson K. Bentley,
esperto in fotomicrografia (fotografare ciò che si vede attraverso il
microscopio). Dopo aver dedicato più di un terzo di secolo a fotografare i
cristalli della neve e dopo averne fotografati migliaia, egli rilevò tre fatti
importanti: primo, che non ve n'erano due uguali; secondo, che ognuno di essi
era un bellissimo disegno geometrico; terzo che invariabilmente ognuno di essi
aveva sei punte. Quando gli venne chiesto come spiegava quella simmetria
esagonale, rispose:
Naturalmente, nessuno può spiegarlo all'infuori di Dio, ma ecco la mia teoria.
Come sapete, i cristalli nevosi si formano con il vapore acqueo a temperatura
sotto lo zero e l'acqua è composta da tre molecole: due di idrogeno unite ad una
di ossigeno. Ogni molecola è carica di elettricità negativa e positiva, che si
polarizza. Come vedete, il numero tre entra nella questione fin dal principio.
Chiesi: Come possiamo spiegare tutti questi curiosi puntini, nodini e curve
graziose, questi margini così finemente cesellati, tutti disposti intorno al
centro in perfetta simmetria? Egli alzò le spalle, dicendo: Solo l'Artista che
li ha disegnati e formati lo sa!
La sua osservazione: «il numero tre entra nella questione fin dal principio» mi
ha fatto riflettere. Non può darsi che l'Iddio trino, che ha formato tutte le
bellezze della creazione, abbia firmato la Sua «trinità» in queste fragili
stelle di cristallo di ghiaccio, come un artista scrive il suo nome sul suo
capolavoro? Da un esame si rileva subito che la figura prevalente, sulla quale è
basata la struttura del fiocco di neve, è quella dell'esagono o figura a sei
lati, unica in tutto il regno della geometria sotto questa forma; infatti, il
raggio del cerchio che lo circoscrive è esattamente della stessa lunghezza di
ognuno dei sei lati dell'esagono. Abbiamo così sei perfetti triangoli
equilateri, raccolti intorno ad un nucleo centrale, e ogni angolo è di sessanta
gradi, per cui un terzo di tutta l'area si trova da una parte di una linea
diritta. Quale simbolo appropriato dell'Iddio trino è il triangolo! È un'unità,
un triangolo, ma le tre linee sono tutte essenziali per ottenere l'integrità
dell'assieme.
La curiosità mi spinse ad esaminare le citazioni della parola «neve» contenute
nella Bibbia e vi trovai, con mia grande gioia, questa stessa «trinità». Ad
esempio, ve ne sono 21 (3x7) nell'Antico Testamento e tre nel Nuovo Testamento,
24 in tutto. Poi ho trovato tre versi che parlano di «lebbra bianca come neve»;
tre volte la purificazione dal peccato viene paragonata alla neve. Ho trovato
altri tre versi che parlano di vestimenti che hanno il «candore della neve». Tre
volte il sembiante del Figliuolo di Dio viene paragonato alla neve. Ma quale non
fu la mia sorpresa quando trovai che la parola neve in ebraico è composta,
complessivamente, da tre numeri! E un fatto, anche se non generalmente
conosciuto, che gli Ebrei come i Greci, non avendo numeri, usavano le lettere
del loro alfabeto come numeri. Basterebbe solo uno sguardo casuale di un ebreo
alla parola «sheleg» («neve» in ebraico) per vedere che si può leggere 333, come
si può leggere «neve»: la prima lettera, che corrisponde al nostro «SH», è 300,
la seconda consonante, «L», è 30 e l'ultima, corrispondente alla nostra «G», è 3
Sommate queste cifre ed avrete 333, tre 3. Curioso, vero? Ma perché non dovremmo
attenderci un'esattezza matematica in un libro totalmente ispirato e
meraviglioso quanto il mondo che Iddio ha fatto?
Di Dio è detto: «Iddio tuona con la Sua voce meravigliosamente; grandi cose Egli
fa che noi non intendiamo. Dice alla neve: «Cadi sulla terra» (Giobbe
37:5,6). Sono stato due giorni interi a cercare di disegnare sul Suo
campione, con penna ed inchiostro, sei cristalli di neve e sono terribilmente
stanco. Con quanta facilità Egli lo fa! «Egli dice alla neve»: dice la parola ed
è fatto. Cercate di immaginare quanti milioni di miliardi di cristalli di neve
possono cadere su un ettaro di terreno in un'ora, e immaginate, se potete, il
fatto sorprendente che ogni cristallo ha un'individualità tutta sua, un disegno
ed un modello senza duplicato, nè in questa nevicata, nè in un'altra: «Una tal
conoscenza è troppo meravigliosa per me, tanto alta, che io non posso arrivarci»
(Salmo 139:6). Come può una persona ragionevole, davanti
all'evidenza di un disegno moltiplicato per innumerevoli varietà, mettere in
dubbio l'esistenza e l'opera di un disegnatore, le cui capacità possono essere
misurate solo con l'infinità? Un Dio che può far questo può fare qualunque cosa,
anche formare e modellare le nostre vite in una creazione di bellezza e di
simmetria.
c.
L'argomento della natura umana
L'uomo ha una natura morale, la sua vita è regolata dalla concezione di ciò che
è buono e di ciò che è cattivo. «Due cose riempiono di stupore l'anima mia»,
dichiarò Kant, il grande filosofo tedesco, «i cieli stellati al di sopra di me e
la legge morale dentro di me». L'uomo sa che vi è un retto sentiero da seguire
ed uno errato da evitare: questa conoscenza si chiama «coscienza». Quando fa del
bene la coscienza lo approva, quando fa il male la coscienza lo condanna. La
coscienza, venga obbedita o no, parla autorevolmente; anche quando è fuorviata
ed ignorante, parla con autorità e fa sentire all'uomo che egli è un essere
responsabile. Butler disse della coscienza:
Se avesse potenza come manifesta autorità, governerebbe il mondo; cioè, se la
coscienza avesse la potenza di mettere in vigore ciò che comanda,
rivoluzionerebbe il mondo.
Ma l'uomo gode del libero arbitrio e quindi ha la possibilità di disubbidire
alla voce interiore.
Quale conclusione si trae da questa coscienza universale di ciò che è bene e di
ciò che è male? Che vi è un Legislatore, il quale ha fissato una regola di
condotta per l'uomo ed ha fatto la natura umana capace di comprendere questa
regola. Non è la coscienza che crea la regola; essa ne rende solo testimonianza
e registra l'ubbidienza e la disubbidienza alla regola stessa. Dio, il Giusto
Legislatore, ha creato originariamente queste due potenti concezioni del bene e
del male.
Il peccato ha poi ottenebrato la coscienza ed ha quasi obliterato la legge
dell'essere umano, ma, sul Sinai, ancora una volta Dio ha scolpito quella legge
e questa volta l'ha scolpita sulla pietra, affinché l'uomo potesse avere una
legge perfetta, in base alla quale dirigere la propria vita. Il fatto che l'uomo
comprenda questa legge e ne senta la responsabilità prova l'esistenza di un
Legislatore che l'ha creato con queste doti.
Quale conclusione si può trarre dal senso della responsabilità? Che il
Legislatore è anche un Giudice che compenserà i buoni e punirà i malvagi. Colui
che ha dato la legge l'applicherà.
Non solo la natura morale dell'uomo, ma tutta la sua natura testimonia
dell'esistenza di Dio. Anche le più degradate delle religioni non sono altro che
lo sforzo ed il cieco brancolare dell'uomo nella ricerca di qualche cosa che
l'anima sua brama. Quando una persona è fisicamente affamata, la sua fame
richiede qualche cosa che la possa soddisfare; quando l'uomo è affamato di Dio,
quella fame richiede Qualcuno o Qualcosa che la possa appagare. Il grido
«l'anima mia assetata di Dio» (Salmo 42:2) è un argomento che
prova l'esistenza di Dio. perché l'anima non ingannerebbe l'uomo, non sarebbe
assetata di qualche cosa che non esiste. Come disse una volta Agostino d'Ippona:
Tu ci hai fatti per Te Stesso e il nostro cuore è inquieto finché non trova
riposo in Te
Il corso degli avvenimenti nella storia prova l'esistenza di una Potenza e di
una Provvidenza che governa il mondo. Tutta la storia narrata dalla Bibbia è
stata scritta per rivelare Dio e per illustrare le Sue opere nella storia degli
uomini. D.S. Clarke scrive:
I princìpi del governo morale di Dio vengono esibiti tanto nella storia delle
nazioni, quanto nell'esperienza degli uomini», (vedi Salmo 75:7,
Daniele 2:21; Daniele 5:21).
In particolare, il rapporto che Dio ha con gli individui mostra la Sua presenza
attiva negli affari degli uomini. Charles Bradlaugh, il più noto ateo
d'Inghilterra dei suoi giorni, sfidò un ministro cristiano, Charles Hugh Price,
ad un dibattito. L'invito venne accettato ed il predicatore aggiunse una sfida
dal canto suo:
Poiché sappiamo, Sig. Bradlaugh, che un uomo convinto contro la sua volontà è
sempre della stessa opinione e poiché il dibattito, come questione di ginnastica
mentale, probabilmente non convertirà nessuno, propongo di portare delle prove
concrete della validità delle affermazioni, cristiane o atee, sotto forma di
uomini e di donne che sono stati redenti da una vita di peccato e di vergogna
grazie all'influenza del cristianesimo o dell'ateismo. Io porterò cento di
queste persone e vi sfido a fare altrettanto. Se non potete presentarne cento,
Sig. Bradlaugh, da mettere a fronte ai miei cento, mi accontenterò di cinquanta
uomini e donne che si alzino e testimonino d'essere stati liberati da una vita
di vergogna per l'influenza dei vostri insegnamenti sull'ateismo. Se non potete
presentarne cinquanta, vi sfido a presentarne venti che testimonino con volti
risplendenti, come faranno i miei cento, che hanno una nuova grande gioia in una
vita retta, come risultato dei vostri insegnamenti. Se non potete presentarne
venti mi dichiarerò soddisfatto di dieci. Ma no, Sig. Bradlaugh, vi sfido a
portarmene uno, un uomo o una donna che rendano testimonianza dell'influenza
benefica dei vostri insegnamenti fondati sull'ateismo. Gli uomini e le donne
redenti, che io presenterò, costituiranno una prova inconfutabile della potenza
salvatrice di Gesù Cristo nella vita di coloro che sono stati redenti dalla
schiavitù del peccato. Forse, Sig. Bradlaugh, questa sarà la vera dimostrazione
della validità delle affermazioni del cristianesimo.
Il Sig. Bradlaugh ritirò la sua sfida!
e.
L'argomento della credenza universale
La credenza nell'esistenza di Dio è praticamente diffusa quanto la razza umana,
anche se spesso la troviamo pervertita in forme grottesche e nascosta da idee
superstiziose. Tutti gli uomini, di qualunque razza e di qualunque epoca, hanno
innata l'idea di Dio; cioè, avvertono l'esistenza di un Essere che sta al di
sopra di loro e sono portati ad invocarLo ed adorarLo. Questo è quel che
chiamiamo «la credenza universale». Questa opinione è stata respinta da alcuni,
che affermano che vi sono dei popoli assolutamente privi dell'idea di Dio. Ma
Jevons, un esperto nello studio delle razze e delle religioni, dice che questa
tesi, «come ogni antropologo sa, se ne è andata al limbo delle defunte
controversie..., tutti convengono che non vi sono popoli che siano completamente
privi di religione». Tuttavia, anche se potessero essere provate delle
eccezioni, noi sappiamo che le eccezioni confermano la regola. Ad esempio, se si
potessero presentare degli esseri umani completamente privi di sentimenti di
umanità e di compassione, questo non proverebbe che l'uomo è essenzialmente
privo di sentimento. La presenza di non vedenti nel mondo non prova che l'uomo è
una creatura priva della vista. Come ha detto William Evans:
il fatto che certe nazioni non hanno la tavola pitagorica non altera
l'aritmetica.
Come ha avuto origine la credenza universale in Dio? La maggior parte degli atei
sembra immaginare che un gruppo di intelligenti teologi si sia riunito in un
consesso segreto, abbia inventato l'idea di Dio e poi l'abbia propinata al
popolo. Ma i teologi non hanno inventato Dio, come gli astronomi non hanno
inventato le stelle, o i botanici i fiori. E certo che gli antichi avevano delle
idee errate sui corpi celesti. Il fatto che l'umanità abbia avuto delle idee
errate intorno a Dio implica che vi è un Dio del quale essa ha potuto avere idee
errate.
Questa credenza universale non è scaturita necessariamente dal ragionamento,
perché vi sono uomini molto razionali che negano l'esistenza di Dio. Ma è
evidente che lo stesso Dio che ha fatto la natura con le sue bellezze e le sue
meraviglie, ha fatto anche l'uomo capace di guardare attraverso la natura e
vedere il suo Creatore. «Infatti quel che si può conoscere di Dio è manifesto in
loro, avendolo Iddio loro manifestato; poiché le perfezioni invisibili di lui,
la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente sin dalla creazione del
mondo, essendo intese per mezzo delle opere sue» (Romani 1:19,20).
Dio non ha fatto il mondo senza lasciare indizi, suggerimenti e prove evidenti
dalla Sua opera.
Ma «pur avendo conosciuto Iddio, non l'hanno glorificato come Dio, né l'hanno
ringraziato; ma si son dati a vani ragionamenti e l'insensato loro cuore s'è
ottenebrato» (Romani 1:21). Il peccato oscurò la loro visione,
persero di vista Dio e, invece di vedere Dio attraverso le creature, Lo
ignorarono ed adorarono le creature; così nacque l'idolatria. Anche questo prova
che l'uomo è una creatura portata all'adorazione, che ha bisogno di un oggetto
da adorare.
Che cosa dimostra l'universale credenza in Dio? Che la natura umana è costituita
in modo da concepire l'idea di Dio. Come ha detto uno scrittore, «l'uomo è
incurabilmente religioso». Questa credenza così profondamente radicata ha
prodotto la «religione», che nel suo significato più largo include:
1. L'accettazione dell'esistenza di esseri o forze al di sopra delle forze della
natura.
2. Un sentimento di dipendenza da Dio, come Colui che controlla il destino
dell'uomo. Questo sentimento di dipendenza è determinato ed alimentato dalla
consapevolezza della propria piccolezza contro lo grandezza dell'universo.
3. La convinzione che l'uomo possa instaurare un rapporto amichevole con Dio e
che in questa unione egli troverà sicurezza e felicità. Da questo, vediamo che
l'uomo è naturalmente conformato per credere nell'esistenza di Dio, per
confidare nella Sua bontà e per adorare nella Sua presenza.
Il «senso religioso» non si trova nelle creature inferiori. Ad esempio, sarebbe
inutile sforzarsi d'insegnare la religione alla più elevata razza di scimmie,
mentre anche l'uomo meno intelligente può essere ammaestrato intorno a Dio.
Perché? Perché l'animale manca della natura umana, non è fatto all'immagine di
Dio; l'uomo invece ha una natura religiosa e deve avere un oggetto da adorare.
3. Negazione della Sua esistenza
L'ateismo consiste nella negazione assoluta dell'esistenza di Dio. Certuni si
domandano se esistono dei veri atei, ma, se ve ne sono, non si può provare che
essi abbiano cercato ardentemente Dio o che siano logicamente coerenti.
Poiché gli atei si oppongono alla più profonda e alla più fondamentale
convinzione umana, il carico della prova resta sopra loro: essi non possono
sinceramente e logicamente dichiararsi atei, se non provano che Dio non esiste.
Ora è innegabile che l'evidenza dell'esistenza di Dio sia maggiore della prova
della Sua non esistenza. In relazione a ciò D.S. Clarke scrive:
Una piccola prova può mostrare che vi è Dio, mentre tutte
le prove che l'uomo può raccogliere non possono mai provare che non vi è Dio.
L'impronta della zampetta di un uccello, sulla roccia, proverebbe che una volta
un uccello ha visitato la spiaggia atlantica. Ma perché qualcuno possa dire che
nessun uccello vi è mai stato, deve conoscere l'intera storia della costa da
quando è cominciata la vita sul globo. Una piccola prova può mostrare che vi è
Dio; ma perché un uomo possa affermare che non vi è Dio, deve analizzare tutta
la materia dell'universo, deve investigare tutte le forze meccaniche,
elettriche, vitali, mentali e spirituali, deve avere relazione con tutti gli
spiriti e deve comprenderli interamente; deve trovarsi in tutti i punti dello
spazio in ogni momento, affinché Dio non eluda la sua sorveglianza in qualche
modo o in qualche luogo. Egli deve essere onnipotente, onnipresente ed eterno,
infatti egli stesso deve essere Dio, prima di poter affermare dogmaticamente che
non vi è Dio.
Per quanto possa sembrare strano, solo Dio, la cui esistenza gli atei negano,
potrebbe avere l'abilità di provare che Dio non esiste.
Oltre a ciò, anche la sola possibilità che esista un Sovrano Celeste pone l'uomo
sotto una grave responsabilità, per cui la conclusione degli atei non dovrebbe
essere accettata, finché la non esistenza di Dio non fosse esaurientemente
dimostrata.
Era il novembre del 1917, quando i bolscevichi abbatterono il governo di
Kerensky. Quel nobile stava a casa di sua madre, con lo spavento continuo di
essere arrestato. Un giorno suonò il campanello della porta d'ingresso e il
servitore, che era andato ad aprire, ritornò con un bigliettino da visita che
recava il nome del principe Kropotkin, un noto anarchico. Questi entrò e chiese
il permesso di esaminare l'appartamento. Non vi era altro da fare che aderire
alla richiesta, perché il principe, evidentemente, aveva l'autorità di
perquisire ed anche di requisire la casa. «Mia madre lo fece passare per primo»,
racconta il protagonista. «Egli entrò in una stanza e poi in un'altra senza
fermarsi, come se vi avesse abitato prima o conoscesse la disposizione delle
camere. Entrò nella stanza da pranzo, si guardò intorno e si diresse
improvvisamente verso la stanza occupata da mia madre».
«Oh, scusate», disse mia madre quando il principe stava per aprire la porta,
«quella è la mia camera da letto».
Si fermò per un momento davanti alla porta, guardò mia madre e poi, come se
fosse stato imbarazzato, con una certa vibrazione nella voce disse: «Sì, sì, lo
so. Scusatemi, ma devo entrare in questa stanza».
Mise la mano sulla maniglia e cominciò ad aprire la porta lentamente, poi
improvvisamente la spalancò e disparve dentro la stanza.
Fui così sconvolto dal contegno del principe, che stavo per rimproverarlo: mi
avvicinai alla stanza, spalancai la porta e... rimasi di stucco.
Il principe Kropotkin era assorto in preghiera. Non vidi il suo viso né i suoi
occhi, perché mi voltava le spalle. La sua figura inginocchiata e la sua ardente
preghiera, mentre ne sussurrava lentamente le parole, lo faceva apparire umile.
Era così assorto che non si avvide di non essere solo.
Improvvisamente, tutta la mia collera ed il mio odio verso quell'uomo svanirono,
come nebbia ai raggi del sole. Fui così commosso che chiusi gentilmente la
porta.
Il principe Kropotkin rimase per circa venti minuti nella camera di mia madre.
Finalmente uscì. Venne fuori come un bambino che fosse stato colto in fallo,
senza alzare gli occhi, come riconoscendo il suo errore, ma sorridendo. Si
avvicinò a mia madre, le prese la mano, gliela baciò e poi disse con voce molto
bassa:
«Vi ringrazio molto per avermi permesso di visitare la vostra casa. Non me ne
vogliate... sapete, in quella camera morì mia madre... è stato per me un grande
conforto il ritrovarmi nella sua stanza... Grazie, grazie tante».
La sua voce tremò, i suoi occhi erano umidi. Si congedò in gran fretta e
disparve.
Era anarchico, rivoluzionario ed ateo; ma pregò! Non era evidente che era
diventato ateo soffocando i più profondi impulsi dell'anima?
Se non vi è Dio, non esiste una legge divina e tutta la legge è umana. Ma allora
perché si dovrebbe vivere rettamente? Solo perché un uomo o un gruppo di uomini,
ha detto così? Vi potranno essere delle anime elevate che pratichino la
giustizia senza la fede in Dio, ma per la massa dell'umanità vi è un solo
decreto per fare il bene e cioè: «Così dice il Signore», il Giudice dei vivi e
dei morti, il potente Sovrano del nostro destino eterno. Rimuovere questo
significa scuotere le fondamenta della società umana. James M. Gilles rileva:
L'ateo è come uno zotico ubriaco che entri barcollando in
un laboratorio e cominci a maneggiare maldestramente dei prodotti chimici, che
potrebbero ridurre in atomi lui e tutto quanto lo circonda. L'ateo scherza con
una forza molto più misteriosa e molto più potente di qualunque sostanza possa
essere contenuta in una provetta; molto più misteriosa del raggio della morte.
Che cosa avverrebbe se l'ateo estinguesse realmente la fede in Dio? In tutta la
tragica storia di questo pianeta, non vi è nessun avvenimento che possa servire
da termine di paragone per un cataclisma simile.
L'ateismo cerca di strappare dal cuore dell'uomo la brama di ciò che è
spirituale e la sete dell'infinito. Gli atei protestano contro i crimini della
religione e noi riconosciamo che la religione è stata pervertita da intrighi e
interessi particolari; ma cercare di cancellare l'idea di Dio perché se n'è
fatto cattivo uso sarebbe logico come cercare di sradicare l'amore dal cuore
dell'uomo perché in certi casi è stato pervertito ed avvilito.
1. I nomi di Dio
2. Teorie errate
1. I nomi di Dio
Chi è Dio? La migliore definizione di Dio che sia mai stata data è quella
contenuta nel Catechismo di Westminster: «Dio è uno Spirito, infinito, eterno ed
immutabile nel Suo essere, sapienza, potenza, santità, giustizia, bontà e
verità». La definizione scritturale può essere formulata attraverso lo studio
dei nomi di Dio. I «nomi» di Dio nelle Scritture sono più di una combinazione di
suoni, essi rivelano il Suo carattere: Iddio si rivela rendendo noto o
proclamando il Suo nome (Esodo 6:3; Esodo 33:19;
Esodo 34:5,6). Adorare Dio significa invocare il Suo nome (Genesi
12:8), temerlo (Deuteronomio 28:58), lodarlo (II
Samuele 22:50) glorificarlo (Salmo 86:9). È perversità
nominare il Suo nome invano (Esodo 20:7) o profanarlo o
bestemmiarlo (Levitico 18:21; Levitico 24:16).
Venerare Dio è santificare il Suo nome (Matteo 6:9). Il nome di
Dio difende il Suo popolo (Salmo 20:1) e, per amor del Suo nome,
Egli non lo abbandonerà (I Samuele 12:22).
I seguenti sono i nomi di Dio più comuni nelle Scritture:
a. Elohim (tradotto «Dio»)
b. Yahwê(h) (tradotto «Signore»)
c. El («Dio»)
d. Adonai
e. Padre
a. Elohim (tradotto «Dio»)
Questa parola viene usata ogni volta che è implicata la potenza creatrice ed
onnipotente di Dio. Elohim è l'Iddio Creatore. La forma plurale indica pienezza
di potenza e fa intravedere la Trinità.
b. Yahwê(h)
(tradotto «Signore»).
Elohim, l'Iddio Creatore, non se ne sta lontano dalle Sue creature. Vedendo il
loro bisogno, Egli scende per aiutarle e per salvarle; nell'assumere questa
relazione, si rivela come Yahwê(h), l'Iddio del patto. Il nome Yahwê(h) viene
dal verbo «essere» e include i tre tempi di tale verbo: passato, presente e
futuro. Pertanto questo nome significa: «Colui che era, che è e che sarà»; in
altre parole, l'Eterno. Poiché Yahwê(h) è l'Iddio che si rivela all'uomo, il
nome significa: «Io mi sono manifestato, mi manifesto e mi manifesterò ancora».
La particolare caratteristica della lingua ebraica, che usa scrivere soltanto le
consonanti, ha fatto nascere un equivoco sulla pronuncia di questo nome,
deformato in «Yehowa(h)».
Quando i Massoreti (a partire dal V sec. d.C.) si accinsero a porre le vocali
sul testo dell'Antico Testamento, costituito esclusivamente da consonanti, si
trovarono di fronte ad errori per la maggior parte dovuti alla trascrizione.
Il testo però era considerato sacro e non poteva essere modificato; perciò i
Massoreti adottarono il seguente criterio: con un cerchietto posto sulla parola
errata, richiamavano l'attenzione sulla parola corretta in margine. Ne nacque
così il «Ketîb-qerê»: Ketîb è lo «scritto» errato; qerê, «da leggersi»,
rappresenta la lettura corretta. Il testo consonantico rimase, così, inalterato.
Nel caso, però, di parole che si potevano incontrare più volte nello stesso
brano, l'errata corrige fu ridotta ai minimi termini: omessa la nota marginale,
furono inserite nel testo le sole vocali con cui la parola doveva essere letta.
Il caso più frequente è dato appunto dal Nome Divino (Yahwê(h)). Per riverenza,
in riferimento a Esodo 20:7, il Nome di Dio non veniva proferito ma sostituito
dall'appellativo «'adonay» (Signore). I Massoreti apposero quindi, sotto il
Tetragramma sacro, le vocali di ('adonay)
e cioè: -:= (a) [poi divenuta (e)], .= o, T= a. Da qui l'errata lettura «Yehowa(h)»,
iniziata soltanto nel XV sec. d.C..
La vocalizzazione propria del Tetragramma era (:.), (:), (-) Yahwê(h). Questa
pronuncia del Nome Divino era ben conosciuta, ma poteva esser proferita
correttamente solo dal Sommo Sacerdote ed esclusivamente in occasione della
principale festa liturgica degli Ebrei, la Pasqua (n.d.e.).
Ciò che Dio fa per il Suo popolo è espresso dai Suoi nomi; perciò, quando il Suo
popolo esperimenta la Sua grazia, si dice che essi «conoscono il Suo nome» e,
inoltre, la relazione di «YAHWÊ(H)» con Israele è riassunta nei nomi di YAHWÊ(H)
usati nel patto. Da coloro che sono su un letto di infermità, Egli è conosciuto
come YAHWÊ(H)-RAPHA, «il Signore che guarisce» (Esodo 15:26);
pressati dal nemico essi invocano YAHWÊ(H)-NISSI, «il Signore nostra bandiera» (Esodo
17:8-15). Sopraffatti dalle sollecitudini, imparano che Egli è
YAHWÊ(H)-SHALOM, «il Signore nostra pace» (Giudici 6:24); come
pellegrini sulla terra, sentono il bisogno di YAHWÊ(H)-RA'AH, «il Signore mio
pastore» (Salmo 23:1). Consci della condannazione e avendo bisogno
di una giustificazione, essi invocano YAHWÊ(H)-TSIDKENU, «il Signore nostra
giustizia» (Geremia 23:6); quando si trovano nel bisogno, imparano
che Egli è YAHWÊ(H)-JIREH, «il Signore che provvede» (Genesi 22:14).
Quando il regno di Dio sarà venuto sulla terra Egli sarà conosciuto come
YAHWÊ(H)-SHAMMAH, «Il Signore è là» (Ezechiele 48:35).
Usato in combinazione: EL-ELYON (Genesi 14:18-20), «Iddio
altissimo», l'Iddio che è esaltato al di sopra di tutto ciò che è chiamato dio o
dei. EL-SHADDAI, «l'Iddio che è sufficiente per i bisogni del Suo popolo» (Esodo
6:3). EL-OLAM, «l'Iddio che dura in eterno» (Genesi 21:33).
Significa letteralmente «Signore» o «Padrone» ed esprime l'idea del comando e
del dominio (Esodo 23:17; Isaia 10:16,33). Per
quello che Egli è, e per ciò che ha fatto, Egli richiede il servizio e la
fedeltà del Suo popolo. Nel Nuovo Testamento questo nome viene applicato al
Cristo glorificato.
Usato nell'Antico e nel Nuovo Testamento. Nel suo significato più ampio
definisce Dio quale Produttore di tutte le cose e Creatore dell'uomo; cosicché,
in rapporto a tale opera creatrice, tutto può essere chiamato progenie di Dio (Atti
17:18). Questa relazione però non garantisce la salvezza; solo coloro
che sono stati rigenerati dal Suo Spirito sono Suoi Figliuoli in senso intimo (Giovanni
1:12,13).
Vi sono altre opinioni su Dio, oltre a quella della Scrittura. Di queste, alcune
sono verità sulle quali si è insistito troppo, altre sono verità inadeguate,
altre ancora sono verità pervertite o svisate. Perché impiegare del tempo a
considerarle? Perché è difficilissimo descrivere alla perfezione l'essere di
Dio; studiando ciò che Egli non è, abbiamo una migliore conoscenza di ciò che
Egli è.
a. Agnosticismo
b. Politeismo (l'adorazione di molti dèi)
c. Panteismo (formato da due parole di origine greca, significa «tutto è Dio»)
d. Materialismo
e. Deismo
a. Agnosticismo
Derivato da due parole greche, questo termine significa «non conoscere»:
l'agnosticismo nega che l'uomo possa conoscere Dio. «La mente finita non può
afferrare l'infinito», dichiara l'agnostico. Ma egli non vede che vi è
differenza fra il conoscere Dio in modo assoluto e il conoscere alcuni aspetti
di Dio. Noi non possiamo comprendere Dio, cioè conoscerLo perfettamente, ma
possiamo conoscere qualcosa di Lui. Il Dott. Clarke scrive:
Noi possiamo sapere che Dio è, senza sapere tutto ciò che Egli è. Possiamo
toccare la terra, mentre non possiamo abbracciarla con le nostre braccia. Il
bambino può conoscere Dio, mentre il filosofo non sa spiegare perfettamente
l'Onnipotente.
La Scrittura è basata sul presupposto che Dio si può conoscere, ma, allo stesso
tempo, ci avverte che per ora «conosciamo in parte» (cfr. Esodo 33:20;
Giobbe 11:7; Romani 11:33,34; I Corinzi
13:9-12).
b.
Politeismo (l'adorazione di molti dèi)
Era caratteristico delle religioni antiche ed è tuttora praticato in molti paesi
pagani. È basato sull'idea che l'universo non è governato da un Dio, ma da molte
forze, cosicché vi è un dio dell'acqua, un dio del fuoco, un dio delle montagne,
un dio della guerra, ecc. Era una conseguenza naturale del paganesimo, che degli
oggetti finiti e delle forze naturali faceva degli dei: «hanno adorato e servito
la creatura invece del Creatore» (Romani 1:25).
Abramo fu chiamato a separarsi dal paganesimo e divenne un testimone dell'Iddio
vero; la sua chiamata fu l'inizio della missione di Israele, che era quella di
predicare il monoteismo (l'adorazione di un solo Dio) in opposizione al
politeismo delle nazioni che lo circondavano.
c. Panteismo (formato da due parole di origine greca, significa «tutto è Dio»)
È quel sistema di pensiero che identifica Dio con l'universo: alberi e pietre,
uccelli ed animali, terra ed acqua, rettili ed uomini, tutti sono dichiarati
parti di Dio; Dio vive e si esprime attraverso il creato.
Come ebbe origine questo sistema? Romani 1:20-23 ci può essere di
guida. Può darsi che, nell'oscuro passato, dei filosofi pagani avendo perduto di
vista Dio ed avendoLo bandito dai loro cuori, vedessero la necessità di trovare
qualche cosa che prendesse il Suo posto.
Il posto di Dio nel cuore dell'uomo doveva essere occupato da qualche cosa di
grande come Dio. Poiché Dio era andato via dal mondo, perché non fare del mondo
un dio? Così ragionarono, e cominciarono ad adorare le montagne e gli alberi,
gli uomini e le bestie e tutte le forze della natura.
A prima vista questo culto della natura può sembrare bello, ma comporta una
conclusione assurda. Infatti se l'albero, il fiore, la stella sono Dio, allora
devono esserlo anche il verme, il microbo, la tigre ed il più vile dei
peccatori: una conclusione impossibile!
Il panteismo confonde Dio con la natura, ma il poema non è il poeta l'arte non è
l'artista, la musica non è il musicista e la creazione non è Dio. Una bella
tradizione giudaica ci racconta come Abrahamo notò questa differenza.
Quando Abrahamo cominciò a riflettere sulla natura di Dio, elesse le stelle come
divinità, per il loro splendore e per la loro bellezza; ma quando vide che erano
oscurate dalla luna, elesse questa come divinità. La luce della luna però
scomparve davanti alla luce del sole e questo fece pensare ad Abrahamo di
eleggere il sole come divinità. Ma alla notte, anche il sole scomparve: «Ci deve
essere qualche cosa nel mondo più grande di queste cose», pensò Abrahamo. Così,
dal culto della natura, salì all'adorazione dell'Iddio della natura.
Le Scritture correggono l'errata concezione del panteismo. Mentre insegnano che
Dio è in parte rivelato attraverso la natura, Lo distinguono dalla natura. Il
panteismo afferma che Dio è l'universo; la Bibbia dice che Dio ha fatto
l'universo.
Dove si professa oggi il panteismo? Fra certi poeti che parlano della natura
come divina. Inoltre, è la base della maggior parte delle religioni dell'India,
che con questa teoria giustificano l'adorazione degli idoli: «Non è l'albero
parte dell'immagine di Dio?», dicono. Poi, ancora, la Scienza Cristiana è una
forma di panteismo, perché uno dei suoi fondamenti è: «Dio è tutto e tutto è
Dio»; in termini tecnici è panteismo «idealistico», perché insegna che tutto è
mente o «idea» e, pertanto, La materia è irreale.
Nega ogni distinzione tra lo spirito e la materia ed afferma che ogni
manifestazione di vita è una semplice proprietà della materia. «Il cervello
produce i pensieri, come il fegato secerne la bile», «l'uomo è una macchina»:
sono alcuni dei detti preferiti dai materialisti. «L'uomo è semplicemente un
animale», dichiarano per sfuggire al pensiero della natura più elevata e del
destino ultraterreno dell'uomo.
Questa teoria sembra così barbara ed assurda da non meritare una confutazione.
Eppure in decine di università, in centinaia di opere scritte ed in molti altri
luoghi viene discussa ed accettata l'idea che l'uomo è un bruto o una macchina,
che non è responsabile delle sue azioni e che non esiste né il bene né il male.
Per confutare questa teoria osserviamo:
1. La nostra coscienza ci dice che siamo più che materia, che siamo diversi da
un albero o da una pietra, ed un soldo di buon senso vale più di molta
filosofia. Ci viene detto che Daniel O'Connel, l'oratore irlandese, una volta si
incontrò con una vecchietta che era temuta a causa della sua lingua tagliente e
del suo vocabolario troppo mordace. Ma l'oratore la sopraffece con una valanga
di termini trigonometrici: «Voi miserabile romboide», gridò, «voi ipotenusa
senza vergogna! Tutti sanno che tenete un parallelogramma in casa vostra» e così
continuò finché la povera donna si confuse e si imbrogliò. Allo stesso modo i
filosofi moderni vorrebbero tentare di spaventarci con parole altisonanti; ma
l'errore non diventa verità perché esposto con paroloni di cinque sillabe.
2. L'esperienza e l'osservazione mostrano che la vita può venire solo da una
vita già esistente; dunque, la vita di questo mondo deve avere una causa
vivente. Non è stato dimostrato nessun esempio di vita che sia venuto dalla
materia morta. Anni fa, degli scienziati credettero di aver fatto questa
scoperta, ma quando fu scoperta l'esistenza di microbi nell'aria, la loro teoria
andò in fumo.
3. L'evidenza dell'intelligenza e del disegno nell'universo contraddice il cieco
materialismo.
4. Ammettendo che l'uomo sia una macchina, noi sappiamo che una macchina non si
fa da sé. La macchina non ha prodotto l'inventore, ma è stato l'inventore a
creare la macchina.
Il materialismo distrugge il fondamento della moralità; infatti, se l'uomo è
solo una macchina, non è responsabile delle sue azioni. Di conseguenza, non
potremo chiamare l'eroe nobile e il furfante malvagio, perché essi non possono
fare a meno di agire come fanno, né un uomo potrà condannarne un altro, perché
sarebbe come se la sega circolare dicesse alla ghigliottina: «Perché sei così
crudele?».
Qual è l'antidoto al materialismo? L'Evangelo predicato nella potenza dello
Spirito Santo con i segni che Lo seguono!
Ammette che vi è un Dio personale, il quale creò il mondo, ma insiste che dopo
la creazione Egli lo ha lasciato al governo delle leggi naturali. In altre
parole, Dio ha caricato il mondo come un orologio e poi lo ha abbandonato senza
interferire ulteriormente. Di qui l'impossibilità della rivelazione o del
miracolo. Questo sistema viene chiamato, a volte, Razionalismo, perché fa della
ragione la guida suprema dell'uomo; viene anche definito come Religione
Naturale, in opposizione alla Religione Rivelata. Esso è contraddetto
dall'evidenza dell'ispirazione della Bibbia e dalle prove dell'opera di Dio
nella Storia.
La concezione dei deisti, come pure quella dei panteisti, è unilaterale. Le
Scritture insegnano due importanti verità circa la relazione di Dio con il
mondo: primo, la Sua trascendenza, cioè la Sua separazione e la Sua superiorità
al di sopra del mondo e dell'uomo (Isaia 6:1); secondo, la Sua
immanenza, cioè la Sua presenza nel mondo e la Sua vicinanza all'uomo (Atti
17:28; Efesini 4:6). Il deismo insiste troppo sulla prima
verità, il panteismo sulla seconda. Le Scritture danno il vero ed equilibrato
pensiero: Dio è veramente separato dal mondo e al di sopra del mondo; ma,
d'altra parte, Egli è nel mondo. Egli mandò il Figliuolo perché fosse con noi e
il Figliuolo mandò lo Spirito Santo perché fosse in noi. Pertanto la dottrina
della Trinità evita i due estremi. Alla domanda: Dio è fuori del mondo o è nel
mondo? La Bibbia risponde: Egli è fuori del mondo ed è nel mondo.
Poiché Dio è infinito nel Suo essere, è impossibile a qualunque creatura
conoscerLo esattamente quale Egli è. Eppure, nella Sua benignità, Egli ha voluto
rivelarsi in una lingua che noi comprendiamo: questa rivelazione è contenuta
nelle Scritture. Ad esempio, Dio dice di Se stesso: «Io sono santo»; quindi noi
possiamo dire che Dio è santo e che la santità è un attributo di Dio, perché è
una qualità che possiamo attribuirGli. Così possiamo regolare i nostri pensieri
su Dio grazie alla rivelazione che Egli ci ha dato di Se stesso.
Quale differenza vi è tra i nomi e gli attributi di Dio? I nomi di Dio esprimono
l'intero Suo essere, mentre gli attributi indicano vari aspetti del Suo
carattere.
Vi sono molte cose che si possono dire di un Essere grande come Dio e il nostro
compito sarà più facile, se classificheremo i Suoi attributi. Il voler
comprendere Dio completamente sarebbe come voler trasportare l'Atlantico in una
tazza da tè; ma Egli si è rivelato quanto basta per riempire la nostra capacità.
La seguente classificazione può essere utile. Distinguiamo:
1. Attributi non relativi, o ciò che Dio è in Se stesso, separatamente dalla
creazione. Essi rispondono alla domanda: quali sono le qualità che
caratterizzavano Dio prima che venissero in essere le cose esistenti?
2. Attributi attivi, o ciò che Dio è in relazione all'universo.
3. Attributi morali, o ciò che Dio è in relazione alle Sue creature morali.
1. Attributi non relativi (natura intima di Dio)
a. Dio è Spirito (Giovanni 4:24)
b. Dio è Infinito
c. Dio è Uno
a. Dio è Spirito (Giovanni 4:24)
Dio è Spirito ed ha una personalità, Egli pensa, sente, parla; quindi può avere
comunione diretta con le Sue creature, fatte secondo la Sua immagine. Essendo
Spirito, non è soggetto alle limitazioni umane. Egli non possiede parti e
passioni corporali, è composto di elementi non materiali e non è soggetto alle
condizioni dell'esistenza naturale. Per questo non può essere visto con gli
occhi naturali, né può essere inteso con i sensi naturali.
Ciò non vuol dire che Dio viva un'esistenza oscura e non sostanziale, perché
Gesù parla del «sembiante» di Dio (Giovanni 5:37; cfr. anche
Filippesi 2:6). Dio è una persona reale, ma di una natura così
infinita, che non può essere perfettamente compresa dalla mente umana, né
adeguatamente descritta dalla lingua umana.
«Nessuno ha mai veduto Iddio», dichiara Giovanni (Giovanni 1:18;
cfr. Esodo 33:20); ma pure in Esodo 24:9 è detto che
Mosè e certi anziani «videro Dio». Non vi è contraddizione. Giovanni vuol dire
che nessuno ha mai visto Dio come Egli è, mentre noi sappiamo che Egli può
manifestarsi in forme corporali (Matteo 3:16) in modo da essere
compreso dall'uomo. Dio ha descritto la Sua personalità infinita in un
linguaggio compreso dalla mente finita; per questo la Bibbia parla di Dio che ha
mano, braccio, occhi ed orecchie e Lo descrive come un Essere che vede, sente,
ode, si pente e così via. Ma Dio è imperscrutabile e inscrutabile. «Puoi tu
arrivare a conoscere appieno l'Onnipotente?» (Giobbe 11:7). La
nostra risposta deve essere: «Non abbiamo nulla per attingere e il pozzo è
profondo» (Giovanni 4:11).
Egli non è soggetto a limitazioni naturali ed umane. L'infinità di Dio può
essere vista in due modi:
1. In relazione allo spazio. Dio è caratterizzato dall'immensità (I Re
8:27), cioè la natura della Trinità è ugualmente presente nell'intero
spazio infinito e in ogni parte di esso. La Sua presenza ed energia toccano ogni
parte dell'esistenza e non vi è punto dello spazio che sfugga alla Sua
influenza, «il Suo centro è ovunque e la Sua circonferenza in nessun luogo». Non
dobbiamo però dimenticare che in un particolare luogo la Sua potenza e gloria
sono rivelate in modo straordinario, cioè in cielo.
2. In relazione al tempo Dio è eterno (Esodo 15:18;
Deuteronomio 33:27; Nehemia 9:5; Salmo 90:2;
Geremia 10:10; Apocalisse 4:8-10). Egli è esistito
dall'eternità ed esisterà nell'eternità. Il passato, il presente ed il futuro
sono presenti alla Sua mente. Essendo eterno, Egli è immutabile: «Lo stesso
ieri, oggi e in eterno». Questa è una verità confortante per il credente, che
può riposare nella fiducia che «Iddio ab antico è il tuo rifugio; e sotto a te
stanno le braccia eterne» (Deuteronomio 33:27).
(Esodo 20:3;
Deuteronomio 4:35-39; Deuteronomio 6:4; I
Samuele 2:2; II Samuele 7:22; I Re 8:60;
II Re 19:15; Nehemia 9:6; Isaia 44:6-8;
I Timoteo 1:17).
Il versetto: «Ascolta Israele: il Signore nostro Dio è l'unico Signore» era un
fondamento della religione dell'Antico Testamento ed era anche il messaggio
distintivo di Israele al mondo, che adorava molti dèi falsi.
Questo insegnamento dell'unità di Dio è in contrasto con il Nuovo Testamento,
che insegna la Trinità? Dobbiamo distinguere tra due specie di unità: unità
assoluta e unità composta. L'espressione «un uomo» esprime il concetto di
un'unità assoluta, perché ci riferiamo ad una persona. Ma quando leggiamo che
l'uomo e la sua moglie saranno «una carne» (Genesi 2:24), troviamo
un'unità composta, perché significa l'unità di due persone. Cfr. anche
Esdra 3:1 ed Ezechiele 37:11, che, per dire «uno» (Echad),
usano la stessa parola usata in Deuteronomio 6:4. Una parola
diversa (Yachidh) viene usata per esprimere l'idea dell'unità assoluta (Genesi
22:2,12; Amos 8:10; Geremia 6:26;
Zaccaria 12:10; Proverbi 4:3; Giudici 11:34).
A quale specie di unità si riferisce Deuteronomio 6:4? Dal fatto che la parola
«nostro Dio» è al plurale (Elohim), deduciamo che si riferisce ad un'unità
composta. La dottrina della Trinità insegna l'unità di Dio come un'unità
composta, che comprende tre Persone Divine unite in una unità essenziale ed
eterna.
2.
Attributi attivi (Dio e l'universo)
a. Dio è Onnipotente
b. Dio è Onnipresente
c. Dio è Onnisciente
d. Dio è Savio
e. Dio è Sovrano
a. Dio è Onnipotente
(Genesi 1:1;
Genesi 17:1; Genesi 18:14; Esodo 15:7;
Deuteronomio 3:24; Deuteronomio 32:39; I
Cronache 16:25; Giobbe 40:2; Isaia 40:12-15;
Geremia 32:17; Ezechiele 10:5; Daniele 3:17;
Daniele 4:35; Amos 4:13; Amos 5:8;
Zaccaria 12:1; Matteo 19:26; Apocalisse 15:3;
Apocalisse 19:6).
L'onnipotenza di Dio significa due cose:
1. La Sua libertà e potenza di fare tutto ciò che è conforme alla Sua natura.
«perché nulla è impossibile a Dio». Naturalmente, questo non significa a che
Egli può e vuol fare cose contrarie alla Sua propria natura (ad esempio,
mentire) o che Egli faccia delle cose assurde ed in contraddizione con Se
stesso.
2. Il Suo controllo e la Sua sovranità su tutto ciò che è o può essere fatto. Ma
se è così, perché viene praticato il male nel mondo? Perché Dio ha dotato l'uomo
del libero arbitrio, che Egli non vuol violare; pertanto permette degli atti
malvagi, ma per uno scopo saggio e con la prospettiva di sottomettere, alla
fine, il male. Solo Dio è Onnipotente ed anche Satana non può far nulla senza il
Suo permesso (cfr. Giobbe 1 e Giobbe 2).
Tutta la vita viene sostenuta da Dio (Ebrei 1:3; Atti
17:25,28; Daniele 5:23); l'esistenza dell'uomo è come la
nota di un organo, che dura finché le dita di Dio sono sui tasti. Quindi, ogni
volta che uno pecca, usa la potenza del Creatore per oltraggiarLo.
Cioè illimitato nello spazio (Genesi 28:15,16; Deuteronomio
4:39; Giosuè 2:11; Salmo 139:7-10;
Proverbi 15:3,11; Isaia 66:1; Geremia 23:23,24;
Amos 9:2-4,6; Atti 7:48,49; Efesini 1:23).
Qual è la differenza fra immensità ed onnipresenza? L'immensità è la presenza di
Dio in relazione allo spazio, mentre l'onnipresenza è la Sua presenza vista in
relazione alle creature. Egli è presente alle Sue creature nei modi seguenti:
1. In gloria, agli eserciti adoranti nel cielo (Isaia 6:1-3).
2. Effettivamente, nell'ordine naturale (Nahum 1:3).
3. Provvidenzialmente, nelle vicende degli uomini (Salmo 68:7,8).
4. Con la Sua attenzione verso coloro che Lo cercano (Matteo 18:19,20;
Atti 17:27).
5. Con il Suo giudizio, è presente alla coscienza degli empi (Genesi 3:8;
Salmo 68:1,2). L'uomo non può sperare di trovare un angolo,
nell'universo, nel quale possa sfuggire alla legge del suo Fattore. «Se il
vostro Dio è ovunque, deve essere anche all'inferno», disse un cinese ad un
cristiano suo connazionale. «All'inferno c'è la Sua ira», fu la pronta risposta.
6. Corporalmente nel Figliuolo (Colossesi 2:9), «Dio con noi».
7. Presenzialmente, nella Chiesa (Efesini 2:12-22).
8. Con la Sua potenza, per sovvenire i Suoi operai (Matteo 28:19,20).
Mentre Dio è ovunque, Egli non dimora ovunque. Solo quando entra in relazione
personale con un gruppo o un individuo, si dice che dimora con loro.
(Genesi 18:18,19;
II Re 8:10,13; I Cronache 28:9; Salmo 94:9;
Salmo 139:1-16; Salmo 147:4,5; Proverbi 15:3;
Isaia 29:15,16; Isaia 40:28; Geremia 1:4,5;
Ezechiele 11:5; Daniele 2:22,28; Amos 4:13;
Luca 16:15; Atti 15:8,18; Romani 8:27,29;
I Corinzi 3:20; II Timoteo 2:19; Ebrei 4:13;
I Pietro 1:2; I Giovanni 3:20) La conoscenza di Dio
è perfetta. Egli non ha bisogno di ragionare, o di scoprire le cose, o di
apprenderle gradualmente; la Sua conoscenza del passato, del presente e del
futuro è istantanea.
Vi è grande conforto nel considerare questi attributi, poiché in tutte le prove
della vita il credente può essere certo che «il Padre vostro sa» (Matteo
6:8).
A certuni si presenta la seguente difficoltà: dal momento che Dio conosce ogni
cosa, Egli sa chi si perderà; allora, una persona come potrà evitare di
perdersi? Ma, se Dio conosce la maniera in cui un individuo userà il suo libero
arbitrio, ciò non significa che Egli forzerà la scelta di quella persona. Dio
antivede ma non «stabilisce».
(Salmo 104:24;
Proverbi 3:19; Geremia 10:12; Daniele 2:20,21;
Romani 11:33; I Corinzi 1:24,25,30; I Corinzi
2:6,7; Efesini 3:10; Colossesi 2:2,3).
La sapienza di Dio è una combinazione della Sua onniscienza e della Sua
onnipotenza Egli ha la possibilità di applicare la Sua conoscenza in modo tale,
che i migliori scopi possibili possono essere raggiunti con i mezzi migliori.
Dio fa sempre la cosa giusta, nel modo giusto ed al momento giusto. «Egli ha
fatto ogni cosa bene» (Marco 7:37).
Quando Dio disegna o programma tutte le cose, e predispone il corso degli eventi
per il Suo scopo buono, questa azione si chiama provvidenza. La provvidenza
generale di Dio riguarda il governo dell'universo nel suo assieme; la
provvidenza particolare, i dettagli della vita dell'uomo.
Egli ha il diritto assoluto di governare e di disporre delle Sue creature come
vuole (Daniele 4:35; Matteo 20:15; Romani 9:21).
Possiede questo diritto in virtù della Sua infinita superiorità, della Sua
assoluta proprietà di tutti e dell'assoluta dipendenza di tutte le cose da Lui
per la loro continuazione. È, pertanto, sciocco ed empio chi critica le Sue vie.
Osserva D.S. Clarke:
La dottrina della sovranità di Dio è molto incoraggiante e di grande aiuto. Se
potessimo scegliere, che cosa sceglieremmo? Di essere governati da un destino
cieco, dal caso capriccioso, o da una irrevocabile legge naturale, o dal nostro
io miope e pervertito? Colui che rigetta la sovranità di Dio, può scegliere tra
ciò che rimane.
3. Attributi morali
(Dio e le creature morali)
Esaminando la relazione di Dio con l'umanità, impariamo che:
a. Dio è Santo
b. Dio è Giusto
c. Dio è Fedele
d. Dio è Misericordioso
e. Dio è Amore
f. Dio è Buono
a. Dio è Santo
(Esodo 15:11;
Levitico 11:44,45; Levitico 20:26; Giosuè
24:19; I Samuele 2:2; Salmo 5:4; Salmo
111:9; Salmo 145:17; Isaia 6:3; Isaia
43:14,15; Geremia 23:9; Luca 1:49;
Giacomo 1:13; I Pietro 1:15,16; Apocalisse 4:8;
Apocalisse 15:3,4).
La santità di Dio è la Sua assoluta purezza morale; Egli non può peccare, né può
tollerare il peccato. Il significato originale della parola «santo» è
«separato».
In quale senso è separato Iddio? Egli è separato dall'uomo nello spazio:
Dio è in cielo, l'uomo è sulla terra. È separato dall'uomo nella natura e nel
carattere: Dio è perfetto, l'uomo è imperfetto; Dio è Divino, l'uomo è
umano; Dio è moralmente perfetto, l'uomo è peccatore. Vediamo pertanto che la
santità è l'attributo che salvaguarda la distinzione fra Dio e la creatura e non
denota solamente un attributo di Dio, ma la stessa natura divina. Pertanto,
quando Dio si rivela in modo da impressionare l'uomo con la Sua Divinità, si
dice che Egli santifica Se stesso (Ezechiele 36:23;
Ezechiele 38:23), cioè si rivela come il Santo. Quando i serafini
descrivono lo splendore che emana da Colui che siede sul trono, gridano: «Santo,
santo, santo è l'Eterno degli eserciti» (Isaia 6:3).
Si dice che gli uomini santificano Dio quando Lo onorano e Lo riveriscono come
Divino (Numeri 20:12; Levitico 10:3; Isaia
8:13). Quando Lo disonorano violando i Suoi comandamenti, si dice che
«profanano» il Suo nome, il che è l'opposto del santificare (Matteo 6:9)
il Suo nome.
Solo Dio è santo in Se stesso. Le persone, gli edifici e gli oggetti che sono
detti santi lo sono perché Dio li ha fatti santi, o li ha santificati. La parola
«santo» applicata ad una persona, o ad un oggetto, è un termine che esprime
relazione con Yahwê(h), significando che sono stati messi da parte per il
Suo servizio. Essendo stati così messi da parte gli oggetti devono essere puri e
le persone devono consacrarsi per vivere secondo le leggi della santità. Questi
fatti costituiscono la base della dottrina della santificazione.
Quale differenza vi è tra la santità e la giustizia? «La giustizia è la santità
in azione», è la santità di Dio manifestata nei rapporti con le Sue creature:
«Il Giudice di tutta la terra non farà egli giustizia?» (Genesi 18:25).
La giustizia è la conformità ad una giusta regola ed una condotta diritta in
relazione agli altri.
Quando Dio manifesta questo attributo?
1. Quando giustifica l'innocente e condanna l'empio, facendo sì che venga messa
in atto la giustizia. Dio non giudica come i giudici umani, sulla base di prove
prodotte da altri; Egli scopre da Sé la prova. Così il Messia, pieno dello
Spirito Divino, «non giudicherà dall'apparenza, non darà sentenza stando al
sentito dire» (Isaia 11:3).
2. Quando perdona il penitente (Salmo 51:14; I Giovanni 1:9;
Ebrei 6: 10).
3. Quando castiga e giudica il Suo popolo (Isaia 8:17; Amos
3:2).
4. Quando salva il Suo popolo. L'intervento di Dio a favore del Suo popolo viene
chiamato la Sua giustizia (Isaia 46:13; Isaia 45:24,25).
La salvezza è il lato negativo, la giustizia quello positivo: Egli libera il Suo
popolo dai loro peccati e dai loro nemici e il risultato è la giustizia del
cuore (Isaia 60:21; Isaia 54:13; Isaia 61:10;
Isaia 51:6).
5. Quando fa prevalere la causa del Suo fedele servitore (Isaia 50:4-9).
Dopo che Dio avrà liberato il Suo popolo e avrà giudicato gli empi, avremo
«nuovi cieli e nuova terra, ne' quali abita la giustizia» (II Pietro 3:13).
Dio non solo agisce giustamente, ma richiede la giustizia dall'uomo; ma l'uomo
ha peccato e non può essere giusto. Allora, nella Sua misericordia, Dio dà la
giustizia al penitente, ovvero giustifica il penitente (Romani 4:5).
Questa è la base della dottrina della giustificazione.
E da notare che la natura divina è la base dei rapporti di Dio con gli uomini.
Egli agisce come è: il Santo santifica, il Giusto giustifica.
Egli è assolutamente degno di fiducia. Le Sue parole non falliranno pertanto i
Suoi possono star saldi sulle Sue promesse (Esodo 34:6;
Numeri 23:19; Deuteronomio 4:31; Giosuè 21:43,45;
Giosuè 23:14; I Samuele 15:29; Geremia 4:28;
Isaia 25:1; Ezechiele 12:25; Daniele 9:4,
Michea 7:20; Luca 18:7,8; Romani 3:4;
Romani 15:8; I Corinzi 1:9; I Corinzi 10:13;
II Corinzi 1:20; I Tessalonicesi 5:24; II
Tessalonicesi 3:3; II Timoteo 2:13; Ebrei 6:18;
Ebrei 10:23; I Pietro 4:19; Apocalisse 15:3).
La misericordia di Dio è la divina bontà esercitata nei riguardi delle Sue
creature, avendo compassione di loro e provvedendo un aiuto che, nel caso di
peccatori impenitenti, Lo porta alla longanimità e alla pazienza (Hodges).
Questa verità è espressa in maniera molto chiara dai seguenti versetti:
Tito 3:5; Lamentazioni 3:22; Daniele 9:9;
Geremia 3:12; Salmo 32:5; Isaia 49:13;
Isaia 54:7. Per una delle più belle descrizioni della misericordia di
Dio, vedi Salmo 103:8-18. La conoscenza della Sua misericordia
diviene fonte di speranza (Salmo 130:7) e di fiducia (Salmo
52:8). La misericordia di Dio è stata soprattutto manifestata nel
mandare Cristo sulla terra (Luca 1:78).
L'amore è l'attributo di Dio per il quale Egli desidera avere relazione con
coloro che recano la Sua immagine, specialmente con coloro che sono stati
santificati e che sono come Lui nel carattere. Notate come è descritto l'amore
di Dio (Deuteronomio 7:8; Efesini 2:4; Sofonia
3:17; Isaia 49:15,16; Romani 8:39;
Osea 11:4; Geremia 31:3); a chi è manifestato (Giovanni
3:16; Giovanni 16:27; Giovanni 17:23;
Deuteronomio 10:18); come è stato mostrato (Giovanni 3:16;
I Giovanni 4:9,10; Romani 9:11-13; I Giovanni
3:1; Isaia 43:3,4; Isaia 63:9; Tito
3:4-7; Isaia 38:17; Efesini 2:4,5;
Osea 11:4; Deuteronomio 7:13; Romani 5:5).
La bontà di Dio è quell'attributo per il quale Egli impartisce la vita ed altre
benedizioni alle Sue creature (Salmo 25:8; Nahum 1:7;
Salmo 145:9; Romani 2:4; Matteo 5:45;
Salmo 31:19; Atti 14:17; Salmo 68:10;
Salmo 85:5). Il Dott. Howard Agnew Johnson scrive:
Alcuni anni fa fui invitato a pranzo. Il padrone di casa mi chiese di
ringraziare il Signore ed invocare la Sua benedizione sopra i cibi. Dopo che
ebbi reso grazie per i doni che erano davanti a noi, egli disse piuttosto
ironicamente: «Veramente non mi sembra tanto logico tutto questo, perché il
pasto l'ho provveduto io». Come risposta gli chiedemmo: «Vi siete mai soffermato
a pensare che se mancassero una sola volta la semina e la raccolta su tutta la
terra, metà della popolazione morirebbe prima che arrivasse un'altra raccolta?
Avete mai pensato che se la semina e la raccolta dovessero mancare per due anni
di seguito su tutto il pianeta, ogni essere vivente morirebbe prima che
arrivasse un'altra raccolta?».
Evidentemente sbalordito, egli ammise di non aver mai pensato ad una simile
possibilità. Poi aggiungemmo che era in gravissimo errore, quando affermava che
aveva fornito il cibo che ci stava davanti. Dio gli aveva dato la vita e la
possibilità di guadagnarlo, Dio aveva messo la vita nel grano e negli animali
che stavamo usando per cibarci; lui non avrebbe mai potuto fare tutto questo.
Gli dicemmo che era stato collaboratore di Dio, essendo entrato nella legge da
Dio stabilita per provvedere ciò che ci occorre. Gli dicemmo ancora: «Se
qualcuno vi desse qualche cosa, voi direste: "Grazie!". E se i doni venissero
ripetuti due o tre volte al giorno, voi direste ogni volta: "Grazie"». Egli ne
convenne. «Ora comprenderete perché diciamo a Dio, ogni volta che riceviamo le
Sue benedizioni: "Grazie!"». Al che egli esclamò: «Questa è solo questione di
educazione, per non dire che bisogna essere intelligentemente riconoscenti!».
Per alcuni l'esistenza del male e della sofferenza costituisce un ostacolo a
credere nella bontà di Dio. «Perché un Dio d'amore ha creato un mondo nel quale
vi è tanta sofferenza?», domandano. Le seguenti considerazioni possono gettare
un po' di luce sul problema.
1. Dio non è responsabile del male. Se un operaio trascurato gettasse della
sabbia in una macchina delicata, dovrebbe esserne ritenuto responsabile il
fabbricante? Iddio ha fatto ogni cosa buona, ma l'uomo ha rovinato l'opera Sua;
togliete dalla sofferenza del mondo tutto quello che è dovuto al peccato
volontario dell'uomo e vedrete che cosa resterà.
2. Essendo Iddio onnipotente, il male esiste con il Suo permesso. Noi non
possiamo, in ogni caso, comprendere perché Egli permette il male, poiché «le Sue
vie sono incomprensibili» (Romani 11:33); a colui che eccede nello
speculare Egli dice: «Che t'importa? Tu seguimi!» (Giovanni 21:22).
Possiamo però comprendere le Sue vie abbastanza per sapere che Egli non sbaglia.
Stevenson, il noto scrittore affermò:
Se nella mia piccolezza, guardando con i miei occhi miopi sopra l'infima parte
di una frazione dell'universo, pur percepisco nel mio destino le prove
frazionate di un piano ed i segni di una bontà che tutto guida, sarò così
sciocco da lamentarmi che non posso decifrare tutto? Non mi meraviglierò,
piuttosto, con un'infinita e grande sorpresa che, in uno schema così vasto,
sembra che io sia stato capace di leggere anche soltanto un poco e quel poco sia
incoraggiante alla fede?
3. Dio è così grande che può governare il bene e il male; ricordate come Egli
utilizzò l'empietà dei fratelli di Giuseppe, l'empietà di Faraone, di Erode e di
quelli che rigettarono e crocifissero Cristo. Disse bene un antico studioso che:
Dio Onnipotente non avrebbe mai permesso che il male si intromettesse nelle Sue
opere, se non fosse stato così onnipotente e buono da ricavare il bene anche dal
male.
Molti cristiani sono usciti dal fuoco della sofferenza con il carattere
purificato e la fede fortificata: la sofferenza li ha stretti al seno di Dio la
fede è stata la moneta con la quale hanno comprato il carattere purificato con
il fuoco.
4. Dio ha organizzato l'universo secondo leggi naturali e queste leggi implicano
la possibilità di disgrazie. Ad esempio, se una persona, per disattenzione o
deliberatamente, si getta in un precipizio, subisce le conseguenze della
violazione della legge di gravità. Ma pure siamo contenti di queste leggi,
perché sono necessarie.
5. Si dovrebbe sempre ricordare che quello attuale non è l'ordine perfetto delle
cose: Dio, in un'epoca futura, renderà nuovo e perfetto il creato. Poiché Egli
agisce secondo i Suoi disegni, che trascendono i limiti del tempo, non possiamo
pensare che Egli ritardi, ché anzi nella Sua visione egli vendicherà i suoi
"prestamente» (Luca 18:7,8). L'opera di Dio non può essere appieno
compresa finché non cadrà il sipario sull'ultima scena del Dramma dei Secoli.
Allora vedremo che «Egli ha fatto ogni cosa bene».
1. Esposizione della dottrina
2. Definizione della dottrina
3. Prove della dottrina
4. Illustrazioni della dottrina
1. Esposizione della dottrina
Le Scritture insegnano che Dio è Uno e che, all'infuori di Lui, non vi è altra
divinità. Può sorgere la domanda: «Come poteva Dio avere comunione con qualcuno
prima che venissero in esistenza le creature finite?». La risposta è che l'Unità
divina è un'unità composta, e che in questa unità vi sono realmente Tre Persone
distinte, Ognuna delle quali è la Divinità pur essendo supremamente cosciente
delle altre Due. Pertanto vediamo che vi è stata una comunione eterna prima che
fosse creata qualsiasi creatura finita; quindi Dio non è mai stato solo.
Non che vi siano tre dèi, ognuno dei quali sia indipendente ed esistente in se
stesso, ma i Tre cooperano con una sola mente ed un solo scopo, cosicché, nel
senso più vero della parola, sono «Uno». Il Padre crea, il Figliuolo redime, lo
Spirito Santo santifica; ma pure in ognuna di queste operazioni i Tre sono
presenti. Il Padre è preminentemente Creatore, ma il Figliuolo e lo Spirito
Santo vengono descritti come cooperatori in quest'opera. Tl figliuolo è
preminentemente Redentore, ma pure Dio Padre e lo Spirito Santo vengono
descritti come cooperatori in quest'opera, come Coloro che mandano il Figliuolo
a redimere. Lo Spirito Santo è il Santificatore, ma pure il Padre e il Figlio
cooperano in quest'opera.
La Trinità è una comunione eterna e l'opera della redenzione dell'uomo
rappresenta la Sua manifestazione storica. Il Figliuolo entrò nel mondo in un
modo nuovo quando prese su di Sé a natura umana e ricevette un nome nuovo, Gesù;
lo Spirito Santo entrò nel mondo in un modo nuovo, cioè come lo Spirito di
Cristo presente nella Chiesa. quando Cristo ebbe compiuto la Sua opera sulla
terra. Anche durante questa manifestazione tutt'e Tre lavorarono assieme: il
Padre testimoniò del Figliuolo (Matteo 3:17); il Figliuolo
testimoniò del Padre (Giovanni 5:19) e dello Spirito Santo (Giovanni
14:26); più tardi lo Spirito testimoniò del Figliuolo (Giovanni
15:26).
Sembra difficile comprendere tutto questo? Come potrebbe essere altrimenti, dal
momento che tentiamo di descrivere la vita intima di Dio? La dottrina della
Trinità è una dottrina chiaramente rivelata e non concepita dal ragionamento
umano. In qual altro modo avremmo potuto apprendere alcunché della natura
interiore di Dio se non attraverso la rivelazione? (I Corinzi 2:16).
È vero che la parola «Trinità» non compare nel Nuovo Testamento: è
un'espressione teologica, coniata nel secondo secolo, per descrivere la
Divinità; ma il pianeta Giove esisteva anche prima che fosse chiamato così e la
dottrina della Trinità era nella Bibbia prima che fosse tecnicamente chiamata
«Trinità».
Si può facilmente comprendere come la dottrina della Trinità sia stata qualche
volta mal compresa e citata a sproposito. Era molto difficile trovare dei
termini umani con i quali esprimere l'unità della Divinità e allo stesso tempo
la realtà e la distinzione delle Persone. Con l'insistere sulla realtà della
Deità di Cristo e della personalità dello Spirito Santo certi teologi o studiosi
di dottrina, rischiarono di cadere nel Trideismo, cioè nella concezione di tre
Dèi. Altri teologi, insistendo sull'unità di Dio, caddero nell'errore di
dimenticare la distinzione delle Persone. Quest'ultimo errore è comunemente
conosciuto come Sabellianismo, dal vescovo Sabellius il quale insegnò che il
Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo erano semplicemente tre aspetti o
manifestazioni di Dio. Questo errore è apparso molte volte nella storia della
Chiesa ed è comune anche oggi.
Tale dottrina non è scritturale ed è esclusa dalla chiara distinzione segnata
nelle Scritture fra il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo. Il Padre ama e
manda il Figliuolo; il Figliuolo si diparte e ritorna al Padre. Tl Padre e il
Figliuolo mandano lo Spirito Santo; lo Spirito Santo intercede presso il Padre.
Allora se il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo sono soltanto Dio sotto
differenti aspetti o nomi, il Nuovo Testamento è solo una grande confusione. Per
esempio, se leggiamo la preghiera di intercessione (Giovanni 17)
pensando che il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo sono una sola Persona, ci
apparirà evidente l'assurdità di questa teoria: «Poiché Io mi sono dato podestà
sopra ogni carne, onde Io dia vita eterna a tutti coloro che mi sono dato... Io
ho glorificato Me stesso sulla terra; Io ho finito l'opera che Io mi sono data a
fare. Ed ora Io glorifico Me stesso con la gloria che ho avuto con Me avanti che
il mondo fosse».
Come è stata preservata la dottrina della Trinità dal duplice pericolo di cadere
nelle false concezioni dell'Unità (Sabellianismo) o della Trinità (Trideismo)?
Con la formulazione dei Dogmi, cioè interpretazioni che definiscono la dottrina
e la «recingono» contro gli errori. Il seguente esempio di dogma si trova nel
credo di Atanasio, formulato durante il quarto secolo:
Noi adoriamo un Dio in trinità, e trinità in unità. Senza confondere le persone,
né separare la sostanza. Perché la persona del Padre è una, quella del Figliuolo
un'altra, e quella dello Spirito Santo un'altra. Ma nel Padre, nel Figliuolo e
nello Spirito Santo vi è una divinità, eguale gloria e maestà coeterna. Ciò che
è il Padre, lo stesso è il Figliuolo e lo Spirito Santo. Il Padre non è stato
creato, il Figliuolo non è stato creato e lo Spirito Santo non è stato creato.
Il Padre è immenso, il Figliuolo è immenso e lo Spirito Santo è immenso. Il
Padre è eterno, il Figliuolo è eterno e lo Spirito Santo è eterno. Ma pure non
vi sono tre eterni, ma un eterno. Così non vi sono tre (esseri) non creati, né
tre immensi, ma un essere non creato e un immenso. Allo stesso modo, il Padre è
onnipotente, il Figliuolo è onnipotente, lo Spirito Santo è onnipotente. Eppure
non vi sono tre onnipotenti, ma un onnipotente. Pertanto il Padre è Dio, il
Figliuolo è Dio, lo Spirito Santo è Dio. Eppure non vi sono tre Dèi, ma un Dio.
Pertanto il Padre è Signore, il Figliuolo è Signore e lo Spirito Santo è
Signore. Ma pure non vi sono tre Signori, ma un Signore. Noi siamo, quindi,
obbligati dalla verità cristiana a confessare che ogni persona, separatamente, è
Dio e Signore; così ci viene proibito di dire che vi sono tre Dèi o Signori. Il
Padre non è stato fatto da nessuno, né creato, né generato; il Figliuolo è dal
Padre solamente, né fatto, né creato, ma generato. Lo Spirito Santo è dal Padre
e dal Figliuolo, né fatto, né creato, né generato, ma procedente. Pertanto vi è
un Padre e non tre Padri, un Figliuolo e non tre Figliuoli, uno Spirito Santo e
non tre Spiriti Santi. E in questa trinità non vi è né primo, né ultimo; niente
di maggiore o di minore. Ma tutte e tre le coeterne persone sono coeguali fra
loro; cosicché, attraverso tutte, come è detto più sopra, deve essere adorata
sia l'unità della trinità, che la trinità nell'unità.
Questa esposizione può apparire arida, imbrogliata e tale da farci cercare il
pelo nell'uovo, ma allora fu un mezzo efficace per preservare l'esposizione
corretta di verità che erano preziose e vitali per la Chiesa.
Poiché la vera dottrina riguarda la natura intima della Trinità, non avrebbe
potuto essere conosciuta se non attraverso la rivelazione. Tale rivelazione si
trova nelle Scritture.
a. Nell'Antico Testamento
b. Nel Nuovo Testamento
a. Nell'Antico Testamento
L'Antico Testamento non insegna chiaramente e direttamente la Trinità e la
ragione è evidente. In un mondo nel quale era comune l'adorazione di molti dèi,
era necessario imprimere in Israele il concetto che Dio era Uno e che non ve
n'era nessun'altro. Se la Trinità fosse stata direttamente insegnata dal
principio, avrebbe potuto essere compresa e interpretata male.
Tuttavia, anche se non viene esplicitamente menzionata, la dottrina della
Trinità nell'Antico Testamento si può vedere in germe. Ogni volta che un ebreo
pronunciava il nome di Dio (Elohim), in realtà egli diceva «Dèi», perché la
parola è al plurale ed a volte in ebraico viene usata con l'aggettivo al plurale
(Giosuè 24:18,19) e con il verbo al plurale (Genesi 35:7).
Immaginiamo un ebreo devoto ed illuminato che ponderi il fatto che Yahwê(h) è
Uno eppure è Elohim, ossia «Dèi». Si può logicamente immaginare che egli
concluda che vi sia una pluralità di persone in quel Dio Uno. Paolo l'apostolo
non cessò mai di credere nell'unità di Dio, come era stato ammaestrato fin dalla
sua giovinezza (I Timoteo 2:5; I Corinzi 8:4);
infatti egli insisteva che non aveva insegnato altre cose, all'infuori di quelle
che si trovano nella Legge e nei Profeti. Il suo Dio era l'Iddio di Abrahamo, di
Isacco e di Giacobbe Ma pure egli predica la deità di Cristo (Filippesi
2:6-8; I Timoteo 3:16) e la personalità dello Spirito
Santo (Efesini 4:30) e mette le tre Persone insieme nella
benedizione apostolica (II Corinzi 13:13).
Ogni membro della Trinità viene menzionato nell'Antico Testamento:
1. Il Padre (Isaia 63:16; Malachia 2:10).
2. Il Figliuolo di Yahwê(h) (Salmo 45:6,7; Salmo 2:6,7,12;
Proverbi 30:4). Il Messia viene definito con titoli divini (Geremia
23:5,6; Isaia 9:5). È fatta menzione del misterioso Angelo
di Yahwê(h), che porta il nome di Dio ed ha potenza di rimettere e di ritenere i
peccati (Esodo 23:20,21).
3. Lo Spirito Santo (Genesi 1:2; Isaia 11:2,3;
Isaia 48:16; Isaia 61:1; Isaia 63:10).
Riferimenti alla Trinità sono stati visti nella triplice
benedizione di Numeri 6:24-26 e nella triplice Dossologia di
Isaia 6:3.
I primi cristiani avevano per fondamento della loro fede l'unicità di Dio: sia i
Giudei che i cristiani potevano testimoniare: «Noi crediamo in un solo Dio». Ma,
allo stesso tempo, avevano le chiare parole di Gesù che provavano come Egli si
attribuiva una posizione ed un'autorità, che sarebbe stato blasfemo da parte Sua
ascriversi se non fosse stato Dio. Gli scrittori del Nuovo Testamento,
riferendosi a Gesù, usavano termini che indicavano il fatto che essi Lo
riconoscevano come «sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno» (Romani
9:5). E l'esperienza spirituale dei cristiani appoggiava e rafforzava
queste affermazioni, perché quando conoscevano Gesù Lo conoscevano come Dio.
La stessa cosa si può dire per lo Spirito Santo. I cristiani primitivi non
potevano credere che lo Spirito Santo, che abitava in loro, li ammaestrava, li
guidava e li ispirava a vivere una vita nuova, fosse una semplice influenza o
sensazione; per loro era un Essere che potevano conoscere e con il quale l'anima
loro poteva avere una vera comunione. Inoltre, quando si rivolgevano al Nuovo
Testamento, trovavano che Egli veniva descritto come avente gli attributi della
personalità.
Pertanto la Chiesa del tempo apostolico si trovò di fronte a due fatti: che Dio
è Uno e che il Padre è Dio, il Figliuolo è Dio e lo Spirito Santo è Dio. Questi
due grandi fatti relativi a Dio costituiscono la dottrina della Trinità. Dio
Padre era una realtà, per i cristiani primitivi, come lo era il Figliuolo e lo
Spirito Santo. La sola conclusione che si poteva trarre da questi fatti era che
nella Divinità vi è una vera, ma misteriosa distinzione di Persone, distinzione
che si manifestò nell'opera divina per la redenzione dell'uomo.
Diversi passi del Nuovo Testamento fanno menzione delle Tre Persone Divine (cfr.
Matteo 3:16,17; Matteo 28:19; Giovanni
14:16,17,26; Giovanni 15:26; II Corinzi 13:13;
Galati 4:6; Efesini 2:18; II Tessalonicesi 3:5;
I Pietro 1:2; Efesini 1:3,13; Ebrei 9:14).
Confrontando i versetti di diverse patti delle Scritture si scopre che:
1. Ognuna delle tre Persone è Creatrice, sebbene sia affermato che vi è un solo
Creatore (Giobbe 33:4 ed Isaia 44:24).
2. Ognuna è chiamata Yahwê(h) (Deuteronomio 6:4; Geremia
23:6; Ezechiele 8:1), il Signore (Romani 10:12;
Luca 2:11; II Corinzi 3:18), l'Iddio di Israele (Matteo
15:31; Luca 1:16,17; II Samuele 23:2,3), il
Legislatore (Romani 7:25; Galati 6:8; Romani
8:2; Giacomo 4:12), l'Onnipresente (Geremia 23:24;
Efesini 1:22; Salmo 139:7,8) e la Sorgente della
Vita (Deuteronomio 30:20; Colossesi 3:4;
Romani 8:10). Ma pure è affermato che vi è un solo Essere che si può
definire in tali modi.
3. Ognuno di essi creò l'umanità (Salmo 100:3; Giovanni 1:3;
Giobbe 33:4), risuscita i morti (Giovanni 5:21;
Giovanni 6:44), risuscitò Cristo (I Corinzi 6:14;
Giovanni 2:19; I Pietro 3:18), delega al ministerio (II
Corinzi 3:5; I Timoteo 1:12; Atti 20:28),
santifica il popolo di Dio (Giuda 1:1; Ebrei 2:11;
Romani 15:16), compie tutte le operazioni spirituali (I
Corinzi 12:6; Colossesi 3:11; I Corinzi 12:11).
Ma pure è chiaro che solo Dio è capace di queste cose.
4. Illustrazioni
della dottrina
Come possono tre Persone essere un solo Dio? È una domanda a cui molti
vorrebbero poter rispondere. Noi non ci meravigliamo della loro perplessità
perché, nel considerare la natura intima dell'Iddio eterno, ci troviamo di
fronte ad una forma di esistenza molto diversa dalla nostra. Il Dott. Peter
Green scrive:
Supponiamo che un essere non terrestre, una specie di angelo o un marziano che
non ha mai visto un essere vivente, venga sulla terra: gli riuscirebbe difficile
comprendere il mirabile fenomeno della crescita degli esseri viventi. Egli
potrebbe comprendere facilmente come qualcosa cresca, per così dire,
dall'esterno: come, ad esempio, un mucchio di pietre aumenti sempre man mano che
vengono ammucchiate altre pietre. Ma gli sarebbe sicuramente molto difficile
comprendere come una cosa possa crescere, per così dire, dall'interno e da sola,
gli sarebbe assai difficile afferrare l'idea dello sviluppo. Se è impaziente e
non disposto ad essere ammaestrato, quasi certamente non riuscirà mai a
comprenderlo.
Ora supponiamo che questo stesso strano essere, dopo aver appreso qualche cosa
sulla vita e la crescita così come è manifestata negli alberi e nelle piante,
venga iniziato ad un nuovo fatto, e cioè a quello dell'intelligenza manifestata
negli animali nobili. Come gli riuscirebbe difficile comprendere che cosa si
intende per piacere e non piacere, per scegliere e rifiutare, per aver
conoscenza ed essere ignoranti! Se è difficile comprendere la vita, è molto più
difficile comprendere la mente. Anche qui gli occorrerebbe essere umile,
paziente e pronto a ricevere l'ammaestramento per poter afferrare queste idee.
Ma non appena egli cominci a comprendere che cosa si intende per mente e come
questa opera, dovrebbe sforzarsi di comprendere qualche altra cosa più elevata
ancora della mente, che troviamo negli esseri umani. Anche qui si troverebbe
davanti a qualche cosa di nuovo, di strano, che non si potrebbe spiegare facendo
riferimento a qualche altra cosa che egli conosca già. Quindi egli dovrebbe
essere, di nuovo, attento umile e disposto a ricevere l'ammaestramento.
Pertanto il nostro angelo o marziano deve aspettarsi, e
anche noi ci dobbiamo aspettare, che quando dal considerare la natura dell'uomo
passiamo a considerare la natura di Dio, ci troviamo di fronte a qualche cosa di
nuovo.
Vi è un metodo per il quale anche le verità che sono molto al di sopra del
raziocinio umano possono, in un certo senso, essere rese intelligibili alla
ragione. Ci riferiamo all'uso delle illustrazioni e delle analogie. Ma queste
devono essere usate con precauzione e non si deve insistere troppo su di esse.
«Ogni paragone zoppica», disse un antico saggio greco. Nel migliore dei casi,
essi sono imperfetti e inadeguati; possono essere paragonati a piccole lampade
portatili, che ci aiutano a farci un'idea di quelle verità troppo vaste per
essere pienamente comprese.
Le illustrazioni sulla Trinità possono essere prese da tre fonti: la natura, la
personalità umana e le relazioni umane.
a. La natura
Fornisce molte analogie:
1. L'acqua è una, ma è conosciuta in tre forme: acqua, ghiaccio e neve.
2. Vi è un'elettricità, ma in un tram essa opera come moto, luce e calore.
3. Il sole è uno, ma si manifesta come luce, calore e fuoco.
4. Quando Patrizio evangelizzava l'Irlanda illustrò la dottrina della Trinità
con un trifoglio.
5. È stato spiegato che ogni raggio di luce è diviso in tre raggi: il primo,
l'attinico, che è invisibile; il secondo, il lumifero, che è visibile; il terzo,
il calorifero, che dà calore e si sente, ma non si vede. Dove sono questi tre
raggi vi è luce e dove c'è luce vi sono questi tre raggi. Giovanni Apostolo
disse: «Dio è luce». Dio Padre è invisibile, divenne visibile nel Suo Figliuolo;
il Figliuolo è operante nel mondo attraverso lo Spirito, che è invisibile, ma
esistente.
6. Tre candele in una stanza daranno una sola luce.
7. Un triangolo ha tre lati e tre angoli; togliete un lato ed esso non sarà più
un triangolo. Dove sono tre angoli vi è un triangolo.
1. Dio disse: «Facciamo l'uomo alla nostra immagine e a nostra somiglianza» (Genesi
1:26). L'uomo è uno ma è tripartito, consistendo di spirito, anima e
corpo.
2. La coscienza umana fa rilevare delle divisioni nella personalità. Non ci è
avvenuto a volte di avvederci che stavamo ragionando con noi stessi, oppure che
stavamo ascoltando una conversazione in noi? Io parlo a me stesso e ascolto me
stesso parlando a me stesso!
1. Dio è amore. Egli ha amato eternamente. Ma l'amore ha bisogno di un oggetto
da amare; essendo eterno, Dio deve aver avuto un oggetto eterno da amare, cioè
il Suo Figliuolo. L'eterno Amante e l'eterno Diletto! L'eterno legame e
scaturigine di quell'amore è lo Spirito Santo.
2. Il nostro Stato è uno ma formato da tre poteri: legislativo, giudiziario ed
esecutivo.