Esodo 1.

Israele schiavo in Egitto

 

1-14. Sviluppo di Israele. Giuseppe morì, trascorsero alcuni secoli e un "nuovo re", del periodo degli Hyksos oppure della potente XVIII dinastia d'Egitto, venne al potere. La descrizione dell'oppressione d'Israele da parte di Faraone è preceduta da una descrizione dello sviluppo degli Israeliti, vv. 1-7. Questa espansione precede l'oppressione crudele, vv. 8-14. Attraverso il lavoro forzato, Faraone costruì le città di Pithom (Tell-Retabeth o Tell El-Maskhutah) e Raamses (Pi-Ràamesé) nel delta del Nilo.

15-22. Estinzione pianificata. Le levatrici ebree ricevettero l'ordine di uccidere tutti i bambini maschi israeliti, ma disubbidirono a Faraone e furono benedette dal Signore. Poi Faraone ordinò ad Israele di affogare ogni bambino maschio nel Nilo. Il tentativo di Satana di distruggere la progenie promessa e il popolo ebreo può essere tracciato dall'omicidio di Abele fino al tempo di Cristo (cfr. II Cronache 21:4; II Cronache 22:10; Ester 3:13; Matteo 2:16).

 

 

Esodo 2.

Mosè il liberatore

 

1-10. Nascita del liberatore. I genitori di Mosè, Amram e Iokebed, erano della tribù di Levi (cfr. Esodo 6:20), in seguito designata come sacerdotale. La "Arca di salvezza" di Mosè fu un canestro fatto di papiro spalmato con bitume. È stato spesso suggerito che la figlia di Faraone qui rappresentata fosse Hatshepsut, che in seguito divenne ella stessa Faraone, ma la Bibbia tace questo punto. L'ebraico Mashah (Mosè) significa: "tratto da", perché la figlia di Faraone trasse il bambino fuori dall'acqua. Ma la radice di questo nome viene dall'egiziano Mes, che significa "il figlio" (cfr. Ahmes "figlio di Ah", dio della luce e Thotmes "figlio di Thoth").

11-23. Fuga in Madian. Mosè aveva quaranta anni (Atti 7:23) quando condivise la propria sorte con gli ebrei (Ebrei 11:24), uccidendo per indignazione un sorvegliante egiziano. Madian, vv. 16-22, verso cui Mosè fuggì, era una tribù araba del N O ed era discendente da Abramo, dalla linea di Ketura (Genesi 25:1-4; cfr. Genesi 37:28 e Giudici 6:2 segg.). Reuel o Jethro (il suocero di Mosè aveva due nomi come alcuni re e sacerdoti Sabei) era capo sacerdote e capo secolare del suo clan. Viene raccontata la storia romantica di Mosè che conquistò Sefora (che significa "uccello") per farne sua moglie. Il nome di suo figlio Ghershom significa "straniero là".

24, 25. Dio ricorda il patto. Il fondamento dell'opera di redenzione di Dio nei confronti d'Israele è il Suo patto con Abramo (cfr. 6:4, 5; 19:5, 6; 34:10).

 

 

 

Esodo 3-4.

Chiamata di Mosè

 

3:1-3. Il pruno ardente. Come in Genesi, vediamo la comunicazione degli scopi divini attraverso una teofania: "l'angelo dell'Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco, di mezzo a un pruno", v. 2.

4-12. Chiamata e mandato. "Mosè! Mosè!" è una ripetizione enfatica (cfr. Genesi 22:11; Genesi 46:2). La presenza divina rendeva necessaria la pratica di togliersi i sandali, ancora oggi in uso presso i musulmani nelle moschee e tra i samaritani nel santuario a Garizim. Non era un nuovo dio che parlava, v. 6, ma l'Iddio di Abramo, Isacco e Giacobbe: Yahwèh.

13, 14. Rivelazione del nome Yahwèh. "Io sono quegli che sono", Colui che è, che era e che viene (Apocalisse 1:4), l'Eterno, l'immutabile Vivente, lo stesso nome del nostro Signore Gesù che ci ha redenti: "Prima che Abramo fosse nato, Io sono" (Giovanni 8:58). Il nome divino Yahwèh deriva probabilmente dal verbo ebraico hayà (essere). La maggior parte degli interpreti lo vedono come un verbo attivo, cioè, "Io sono" o "Colui che esiste da Sé". Alcuni preferiscono considerarlo un verbo causativo, cioè, "Io porto all'esistenza".

15-22. Istruzioni per la liberazione. Il deserto era Et-Tih, il vasto altipiano arido che si estende dal confine N E dell'Egitto fino alla Palestina meridionale. Prendere gli oggetti di valore dagli Egiziani e spogliarli non fu un inganno, ma un gesto in accordo con i costumi sociali orientali dell'epoca. I servi, oltre allo stipendio, prendevano dai loro padroni degli oggetti di pregio che chiamavano "dono".

4:1-17. Obiezioni di Mosè. Mosè aveva già dichiarato di non avere alcuna abilità (cfr. Esodo 3:11), nessun messaggio (cfr. Esodo 3:13), nessuna autorità, v. 1; nessuna eloquenza, v. 10; né disposizione, v. 13. Dio controbattè con la promessa della Sua presenza, v. 12; la manifestazione della Sua onnipotenza, vv. 2-9; il conferimento di capacità, vv. 11, 12; la Sua guida ed istruzione, vv. 14-16.

4:18-31. Il ritorno di Mosè in Egitto. La moglie di Mosè, opponendosi alla circoncisione di suo figlio, aveva impedito al marito di compiere un rito così strettamente connesso al patto di Abrahamo e la liberazione di Israele. Come liberatore, Mosè era in immediato pericolo di essere tagliato fuori da quel compito per il suo peccato. Di conseguenza, Sefora circoncise il loro figlio. L'incontro di Mosè con Aaronne, vv. 27, 28, ed i prodigi compiuti segnarono un passo avanti verso il piano di redenzione.

 

 

Esodo 5.

Mosè dinanzi a Faraone

 

1-19. Risultati del primo incontro. Yahwèh fece sette richieste a Faraone (Esodo 5:1; Esodo 7:16; Esodo 8:1; Esodo 8:20; Esodo 9:1; Esodo 9:13; Esodo 10:3). Faraone impose crudelmente dei pesi maggiori, costringendo gli Israeliti a raccogliere anche la paglia, ma continuando a pretendere lo stesso numero di mattoni. A Pithom e a Tanis sono stati trovati sia mattoni fatti con la paglia che una varietà di sola argilla.

20-23. Lamentele di Israele e preghiera di Mosè. Anche se Israele aveva mostrato fede nel credere che Dio avesse mandato Mosè ed Aaronne (Esodo 4:31), quando Faraone aumentò la loro oppressione, essi se la presero con Mosè, che a sua volta se la prese con Dio.

 

 

 

Esodo 6.

Risposta del Signore alla prima preghiera di Mosè

 

1-13. La risposta del Signore. Il Signore ricordò a Mosè il Suo patto stipulato con i patriarchi con il nome di El Shaddai ("Dio onnipotente)", (cfr. Genesi 17:1). Rivelando, inoltre, il significato del Suo nome personale (Yahwèh), connesso alla redenzione, vv. 2, 3, nel momento in cui stava per liberarli dalla schiavitù di Faraone vista, tipologicamente, in relazione al peccato, a Satana e al mondo.

Ciò non significa che il nome Yahwèh non era conosciuto (infatti, ricorre molte volte nel libro della Genesi), ma, semplicemente, che il suo significato non era ancora divenuto evidente, come lo sarebbe stato nella liberazione dalla schiavitù dell'Egitto (tipologia della redenzione in Cristo).

14-27. Genealogia. La grazia divina chiamava il popolo per nome e conosceva intimamente i loro pesi, mostrando interesse per la loro liberazione. La genealogia è ovviamente selettiva ed abbreviata.

28-30. Rinnovo del mandato. Qui viene posta in evidenza l'umanità di Mosè, poiché anch'egli, il liberatore, aveva bisogno di un costante incoraggiamento.

 

 

 

Esodo 7.

La prima delle dieci piaghe

 

1-9. Mosè ed Aaronne rassicurati. L'affermazione "...come Dio per Faraone" significa che le dichiarazioni di Mosè avrebbero avuto un'autorità divina e che Aaronne sarebbe stato il suo portavoce (cfr. Esodo 4:16).

10-13. Il prodigio del bastone. La magia era inestricabilmente unita alla religione egiziana, la quale era una forma di idolatria palesemente controllata da demoni. I prodigi compiuti dai magi erano manifestazioni preternaturali del male, simili alle potenze demoniache che oggi operano nello spiritismo e nell'occultismo, distinti dal soprannaturale al quale appartiene soltanto Dio Onnipotente, Creatore tanto del naturale che del preternaturale (Genesi 1:1; Giovanni 1:3; Colossesi 1:16, 17).

14-25. Prima piaga: il sangue. Il Nilo fu mutato in sangue, un giudizio sul fiume sfidato in quella occasione come Hapi "il donatore di vita", ed in altre occasioni come Osiris, dio della fertilità.

 

 

 

Esodo 8.

Seconda, terza e quarta piaga

 

1-15. Seconda piaga: le rane. Questa fu un'intensificazione miracolosa di un frequente fenomeno naturale. Dopo la magra del Nilo, in maggio - giugno, viene l'inondazione di luglio. Con il ritiro delle acque, che lascia numerose pozze di acqua stagnante, in agosto - settembre vengono le rane. Anche questo fu un giudizio contro le innumerevoli divinità d'Egitto, poiché le rane venivano adorate come simbolo di Heqt, una forma della dea Hator.

16-32. Terza e quarta piaga: le zanzare e le mosche velenose. Furono ancora compiuti dei miracoli divini, basati su eventi naturali. Le zanzare (Kinnim) erano senza dubbio dei pappataci, insetti molto noti in Egitto. Le mosche, dei veri e propri sciami, avevano la caratteristica di essere velenose. Questi giudizi erano dei colpi inferti contro il prestigio di Iside, moglie di Osiris, e Hator, la dea principale dell'Egitto, rappresentata da una mucca.

 

 

 

Esodo 9.

Quinta, sesta e settima piaga

 

1-12. Quinta e sesta piaga: la morte del bestiame e le ulceri. Queste piaghe erano dirette contro Ptah, che si sarebbe poi "incarnato" in Apis, il dio di Menfi, rappresentato da un toro, così come altri dèi erano rappresentati da altri animali: la capra, il montone, la mucca ecc. La sesta piaga, descritta come ulceri che spuntavano (pustole) sulle persone e sugli animali, era un giudizio che si abbatteva sia sugli idolatri che sui simboli degli idoli adorati dagli egiziani.

13-35. Settima piaga: la grandine. Questa piaga proveniente dal cielo avrebbe impressionato gli Egiziani, i quali vedevano una divinità dietro ogni fenomeno naturale, in modo da far loro comprendere che Yahwèh è Signore del cielo come della terra. La grandine è rara in Egitto. Questa piaga si verificò in gennaio, come indica il fatto che l'orzo era in spiga, vv. 31, 32.

 

 

 

Esodo 10.

Ottava e nona piaga

 

1-20. Ottava piaga: le locuste. Fu una terribile calamità. Le invasioni di locuste sono ben note in Siria - Palestina, ma rare in Egitto. Le locuste furono portate da un vento orientale ed allontanate da un vento di ponente su ordine divino.

21-29. Nona piaga: le tenebre. Le tenebre di questa visitazione furono così fitte che paralizzarono tutte le attività ordinarie per tre giorni. La nona piaga fu particolarmente significativa. Il dio principale del pantheon egiziano era Ra, dio del sole, e il Signore Yahwèh aveva voluto dimostrare il Suo potere anche sul sole.

 

 

 

Esodo 11.

Decima piaga: la morte dei primogeniti

 

1-10. La piaga culminante viene annunciata, e viene predetto il suo effetto, ma la sua esecuzione non viene registrata prima di Esodo 12:26-39. La piaga fu un giudizio diretto di Dio che uccise i più sani e i migliori, come venivano considerati i primogeniti in Oriente. La sua intensità miracolosa ed il fatto che risparmiò coloro che si trovavano dietro le porte segnate dal sangue, fece di questo prodigio l'appropriato epilogo degli altri nove miracoli. Tutte le dieci piaghe d'Egitto, anche se manifestatesi attraverso eventi naturali, per lo spaventevole succedersi dell'una all'altra, il loro prodursi alla parola di Mosè, su ordine diretto di Dio, per il loro connettersi con il giudizio di Faraone e con la liberazione d'Israele, giustificano l'appellativo attribuito loro di "segni e prodigi d'Egitto" (Deuteronomio 4:34; Salmi 78:43; Atti 7:36; cfr. Esodo 8:19). Per questo si può parlare di miracoli.

 

 

 

Esodo 12.

La Pasqua e l'esodo

 

1-13. Istituzione della Pasqua. Furono annunciate la nascita della nazione ed un cambiamento nel calendario, vv. 1, 2. La redenzione segna una nuova vita ed un nuovo inizio. L'agnello pasquale immolato prefigurava Cristo immmolato sul Calvario. Come gli Israeliti furono al riparo dall'angelo della morte, così il credente in Cristo è al riparo dall'ira di Dio (I Corinzi 5:7). Il pane azzimo indicava la netta separazione degli Israeliti dall'Egitto e la loro rapida uscita (I Corinzi 5:8). Le erbe amare intendevano evidentemente ricordare le loro sofferenze in Egitto sotto la servitù di Faraone.

14-28. La festa dei pani azzimi. L'agnello immolato sull'imbrunire il quattordicesimo giorno, era seguito immediatamente dall'eliminazione di tutto il lievito per sette giorni. Nella Scrittura il lievito è una figura del peccato, "di malizia e di malvagità" (cfr. I Corinzi 5:8). L'esperienza della redenzione (la Pasqua) doveva essere seguita dalla separazione dal peccato e dall'impegno di una vita santa.

29-51. Resoconto della decima piaga. La morte del figlio maggiore di Faraone ed erede al trono fece effetto. L'esodo cominciò immediatamente e la permanenza in Egitto, durata 430 anni, vv. 40-42, finì improvvisamente. La Pasqua (che significa "passare oltre") divenne una perpetua celebrazione commemorativa della redenzione, vv. 43-51.

 

 

 

Esodo 13.

Consacrazione dei primogeniti

 

1-16. Consacrazione dei primogeniti al Signore. Poiché i primogeniti d'Israele erano stati preservati in modo miracoloso, il Signore ordinò che questi Gli fossero consacrati, vv. 1, 2. La redenzione e la santità sono inseparabili. Coloro che sono redenti dal Signore, Gli appartengono (cfr. I Corinzi 6:19, 20). Essenziale per la santità, sia come posizione che come esperienza, è il riscatto dalla schiavitù. La salvezza richiede una vita santa. Come introduzione alla consacrazione dei primogeniti e come parte della separazione, Mosè enfatizzò l'importanza della festa dei pani azzimi (cfr. Esodo 12:15-20). Questa doveva essere uno statuto perpetuo per evidenziare la separazione santa dei riscattati, vv. 1-10, e doveva essere "un segno" sulle loro mani e una "ricordanza" sulle loro fronti, vv. 9 e 16 (cfr. Deuteronomio 6:4-9). Su questi versi i Giudei basano la pratica delle filatterie, usando piccoli contenitori con dentro delle Scritture, per adempiere con un rituale ciò che Dio intendeva fosse realizzato attraverso la vita. Vengono stabiliti i termini per il riscatto dei primogeniti, vv. 11-16.

17-22. Passaggio del Mar Rosso. Da Succoth Dio manifestò la Sua potenza. Furono date la colonna di nuvola e la colonna di fuoco, vv. 21, 22, simboli della guida e della protezione divina.

 

 

 

Esodo 14.

Il passaggio del Mar Rosso

 

1-12. Il dilemma di Israele. Bloccato, perplesso e confuso, Israele era inseguito dai carri degli egiziani, un'occasione in cui il Signore glorificò Sé stesso fermando gli egiziani inseguitori.

13-31. Una potente liberazione. Il Mar Rosso in realtà è il Mar delle Canne (ebr. yam suf, la traduzione "Mar Rosso" viene dalla versione dei LXX). Ci si riferisce, evidentemente, alla regione dei Laghi Amari, a N del Golfo di Suez. Questi laghi, dopo essere rimasti asciutti per secoli, furono riempiti di acqua marina con la costruzione del Canale di Suez, ma in antiche fonti egiziane erano conosciuti come masse d'acqua. Il grande miracolo al Mar delle Canne è la manifestazione più spettacolare della potenza divina nell'A. T., e l'evento più memorabile nella storia nazionale d'Israele.

 

 

 

Esodo 15.

Il cantico dei redenti

 

1-19. Israele celebra la liberazione. Colmo di lodi per il glorioso riscatto dagli Egiziani, Israele cantò al Signore. La grande vittoria fu celebrata come trionfo del Signore, vv. 1-10; la Sua potenza, santità, amore furono lodati, vv. 11-13. Viene descritto l'effetto terrificante di questa grande liberazione sulla Filistia, Edom, Moab e Canaan, vv. 14-16, con l'aggiunta della promessa certa che il Redentore li avrebbe portati in Canaan, vv. 17, 18.

20, 21. Il coro delle donne, diretto da Maria, si unì alle lodi.

22-27. Prova d'Israele. A Mara ebbe luogo la triste prova dell'acqua salmastra. In contrasto, Elim permise il ristoramento dopo la prova, grazie alle "dodici sorgenti d'acqua e settanta palme", v. 27.

 

 

 

Esodo 16.

La manna dal cielo

 

1-13. I redenti provati dalla fame. Il deserto di Sin, v. 1, è la vasta pianura di Markhah oltre Elim, uno scenario desolato in cui si presentava un autentico problema di cibo. Sin ed il Sinai derivano forse dal nome del dio lunare di Ur e Haran, o da una radice semitica che significa, "risplendere".

Nella fertile regione di Goscen, con due raccolti all'anno, non si era mai verificata mancanza di cibo. Ora, invece, era necessario che fossero divinamente provveduti dal cielo pane e quaglie.

14-22. La manna dal cielo. Quando il popolo chiese in ebraico man-hù ("che cos'è?"), vv. 13-15, Mosè spiegò che si trattava di pane venuto dal cielo. La manna prefigura Cristo, il cibo del popolo di Dio (cfr. Giovanni 6:33-35).

23-30. Il sabato e la manna. L'osservanza del sabato, figura della benedizione del popolo di Dio in Cristo (Ebrei 4:8-11), fu comandato ad Israele in connessione alla raccolta della manna. Un omer (ca. 3,5 litri) era la decima parte di un efa, distinto a sua volta dall'altro omer (10 efa).

31-36. La manna conservata come ricordanza, nel vaso d'oro (Ebrei 9:4), parla della vera manna che mangeremo alla presenza di Dio nella gloria: "La manna nascosta" (Apocalisse 2:17), della quale il Signore disse: "Chi mangia di questo pane vivrà in eterno" (Giovanni 6:58).

 

 

 

Esodo 17.

Refidim: l'acqua dalla roccia

 

1-4. I redenti provati dalla sete. A Refidim (probabilmente il Wadi Feiran, la via naturale per il Sinai), gli Israeliti, impediti dagli Amalekiti nell'attraversare la valle per raggiungere le sorgenti naturali, soffrirono la sete e si ribellarono contro il Signore e contro Mosè.

5-7. L'acqua dalla roccia. Anche questa è una bella figura di Cristo, (I Corinzi 10:4), il donatore di vita (Giovanni 7:37-39). La roccia percossa illustra la morte di Cristo. L'Horeb indica qui tutta la penisola sinaitica. Massah ("tentazione") e Meribah ("contesa") furono i nomi dati al luogo in cui Israele tentò il Signore e contese con Lui.

8-16. Conflitto con Amalek. Questa tribù di beduini discendeva da Esaù (Genesi 36:12) e fu un implacabile nemico di Israele.

Yahwèh - Nissi ("l'Eterno è la mia bandiera"), v. 15, dà al credente la certezza della vittoria.

 

 

 

Esodo 18.

Mosè e Jethro

 

1-12. La visita di Jethro. Mosè raccontò a Jethro il modo in cui Dio aveva giudicato l'Egitto a motivo di Israele e la liberazione del Signore, v. 8. Quindi, tutti adorarono ed ebbero comunione insieme, v. 12. Durante la liberazione di Israele dall'Egitto, Sefora e i suoi figli, Ghershom (che significa "straniero") ed Eliezer (che significa "Dio è il mio soccorso"), erano rimasti fuori dalla scena, vv. 2-5. Ora compaiono nuovamente nel momento in cui Israele si prepara all'incontro divino al Monte Sinai, che probabilmente è un'anticipazione profetica del ritorno di Israele alla "montagna di Dio" nella futura età del regno milleniale (cfr. Isaia 2:1-5).

13-27. Governo dei redenti. Dio provvede misericordiosamente un'amministrazione governativa, come già aveva provveduto nella Sua compassione la redenzione (Esodo 12:37-13:18), la guida (Esodo 13:19-22), la liberazione (Esodo 14:1-15:21), i viveri (Esodo 15:22-17:7), e la vittoria in guerra (Esodo 17:8-16).

 

 

 

Esodo 19.

Il Monte Sinai ed il patto della Legge

 

1, 2. Israele al Sinai. Il luogo del Sinai è probabilmente Djebel Mousa, nella penisola del Sinai, dove si trova il monastero di S. Caterina. Anche se alcuni studiosi propendono più per Djebel Serbal, vicino l'oasi del Wadi Feiran.

3-8. La grazia cambiata con la Legge. In maniera inequivocabile il Signore ricorda al popolo d'Israele che fino a quel momento era stato oggetto della Sua Grazia, v. 1. Adesso veniva introdotta una nuova economia, un nuovo piano di Dio. La Legge non fu presentata come uno strumento di vita, ma come un mezzo per il quale Israele poteva diventare il "tesoro particolare" del Signore, "un regno di sacerdoti" ed una "nazione santa", vv. 5, 6, distinta da tutte le altre nazioni. Più tardi questa promessa di sacerdozio sarà estesa, tramite Cristo, anche alla Chiesa (I Pietro 2:9; Apocalisse 1:6). Bisogna notare che la Legge non venne imposta fino a quando non venne proposta da Dio ed accettata da Israele, vv. 7, 8. Il patto di Abrahamo aveva provveduto salvezza e sicurezza perché imponeva soltanto una condizione: la fede. Il patto della Legge non poteva fare questo.

9-25. Introduzione dell'era della Legge. Ciò avvenne mediante la terribile apparizione del Signore sul Sinai (vv. 9-11), la distanza (vv. 12, 13), il fumo, il fuoco, il timore della morte. La Legge era disegnata per istruire il popolo sulla santità di Dio, sulla loro perversità, e per essere, con la sua austerità e severità, un "pedagogo per condurci a Cristo" (Galati 3:24), a cui essa puntava in particolare, affinché il popolo potesse essere salvato per fede.

 

 

 

Esodo 20.

Il Decalogo

 

1-11. Prima tavola: doveri verso Dio. Questi salvaguardavano la Sua unità e spiritualità contro l'idolatria, la Sua santità contro la profanità ed il culto a Dio contro il secolarismo.

12-17. Seconda tavola: doveri verso gli uomini. "Onora tuo padre e tua madre" è il primo comandamento accompagnato da una specifica promessa (v. 12; cfr. Efesini 6:2). "Non uccidere", v. 13, decreta l'inviolabilità della vita contro l'omicidio. "Non commettere adulterio", v. 14, protegge il matrimonio e la famiglia. "Non rubare", v. 15, salvaguarda il diritto di proprietà contro il furto. "Non attestare il falso contro il tuo prossimo", v. 16, difende l'inviolabilità della reputazione contro la calunnia. "Non concupire", v. 17, protegge il cuore dai desideri errati.

18-21. Israele chiede un mediatore. Anche se Dio aveva chiamato Israele ad essere un regno di sacerdoti (Esodo 19:6), Israele, spaventato, chiede a Mosè di fare da mediatore per loro.

20:22-23:33. Il libro del patto. Così chiamato, (Esodo 24:7), in quanto presenta con maggiori dettagli le condizioni del patto di Dio con il popolo d'Israele.

 

Note archeologiche

Ritrovamenti di testi del Vicino Oriente, relativi a dei trattati, sono stati di grande aiuto per spiegare la forma e la struttura del patto di Dio con Israele riportato in Esodo, Levitico, Deuteronomio e Giosuè.

Mendenhall e Kline hanno rilevato una similarità strutturale tra il patto del Sinai ed i trattati ittiti di sovranità. Le corrispondenze avvalorano l'autenticità della rivelazione di Dio a Mosè sul Monte Sinai.

 

 

 

Esodo 21-24.

Regolamenti sociali

 

21:1-36. Diritti di persona. Furono date leggi concernenti la schiavitù, vv. 1-11, i torti fatti ai propri simili, vv. 12-27, i danni causati per trascuratezza o negligenza, vv. 28-36.

22:1-15. Diritti di proprietà. Furono date le leggi relative al furto, vv. 1-6, e la disonestà, vv. 7-15.

22:16-23:19. Requisiti di integrità personale. Fu stabilito il comportamento corretto, Esodo 22:16-31, l'amministrazione della giustizia comune, Esodo 23:19, e l'osservanza dei periodi di riposo, Esodo 23:10-19.

23:20-33. Promessa e prospettive. Viene promessa protezione e benedizione se il popolo rimarrà fedele al Signore. Queste prescrizioni del libro del patto erano concepite per l'istruzione sociale e religiosa del popolo d' Israele.

24:18-31:18. Mosè sulla cima della montagna. I quaranta giorni e le quaranta notti che Mosè passò sulla montagna assumono un significato particolare se confrontati con la durata del pellegrinaggio di Elia sul Monte Horeb e del periodo di prova di Gesù (anche questi avvenuti nel deserto).

24:1-17. Accettazione del patto della Legge e adorazione. Venne nuovamente enfatizzata l'accettazione volontaria della Legge da parte di Israele (cfr. Esodo 19:7, 8). Il patto fu ratificato.

 

Note archeologiche

Sono stati fatti dei paragoni tra la giurisprudenza del patto mosaico e i codici più antichi, come il codice di Hammurabi (1700 a.C. ca.), il codice di Lipit-Ishtar (1875 a.C. ca.) ed il codice di Ur Nammu (2050 a.C.). Esistono sufficienti analogie per poter confermare l'antichità del patto mosaico, inoltre, differenze ancor più sorprendenti attestano la sua unicità come rivelazione divina.

 

 

 

Esodo 25.

Il tabernacolo: l'arca, la tavola, il candelabro

 

1-9. I materiali furono procurati dalle offerte del popolo, inclusi tre metalli preziosi, stoffe colorate, pelli animali, legno, olio e pietre preziose. Tutto fu fatto secondo le indicazioni di Dio, v. 9.

10-22. L'arca. Questa cassa, lunga ca. 1,15 m, alta e larga 70 cm, era fatta di legno d'acacia ricoperto d'oro puro. Conteneva un vaso con la manna, i dieci comandamenti e più tardi la verga d'Aaronne fiorita. Il propiziatorio era il coperchio d'oro posto sull'arca, figura del trono divino trasformato da trono di giudizio in trono di grazia mediante il sangue espiatorio cosparso su di esso. I due cherubini rappresentavano la protezione della santità del trono di Dio, sul quale era la Scekinah, la gloriosa presenza del Signore. L'arca era il cuore del simbolismo del tabernacolo, in cui Dio si protende per raggiungere l'uomo.

23-30. La tavola dei pani di presentazione. Fatta di legno d'acacia era lunga 92 cm, alta 70 cm, larga 46 cm e ricoperta d'oro puro. Su di essa era posto il pane della presentazione, fatto di fior di farina, cotto in dodici pani, rinnovati ogni sabato e che dovevano essere mangiati soltanto dai sacerdoti. Questo pane raffigurava Cristo, il Pane della Vita, che nutre il credente come sacerdote (I Pietro 2:9; Apocalisse 1:6; Giovanni 6:33-58).

31-40. Il candelabro d'oro. Era fatto d'oro puro ed aveva sette braccia, una tipologia di Cristo nostra Luce. Alcuni collegano questo candelabro ai candelabri di Apocalisse 1:12-16, in mezzo ai quali splendeva il Figliuolo di Dio. La rappresentazione dei soldati di Tito, il generale romano, che portano in corteo trionfale il candelabro a sette braccia dal tempio di Gerusalemme, conquistata nel 70 d.C., può fornirci un'idea accurata della sua forma.

 

 

Esodo 26.

Il tabernacolo: sua costruzione generale

 

1-6. I teli di lino. Dieci in tutto, erano di lino bianco con del filo violaceo, porporino e scarlatto ricamato a forma di cherubino.

7-37. Le coperture del tabernacolo, le assi, il velo e la portiera. Il velo del tabernacolo separava il luogo santo dal luogo santissimo, il luogo più interno del santuario in cui era posta l'arca del patto. Giuseppe Flavio afferma che il velo era spesso 10 cm e che il disegno ricamato aveva un significato religioso. Per il credente il velo rappresenta la separazione dalla presenza di Dio, una separazione che ebbe termine quando Cristo fu crocifisso, allorché il velo "si squarciò in due, da cima a fondo" (Matteo 27:51). Il sommo sacerdote dell'A. T. poteva oltrepassare quel velo ed entrare nel luogo santissimo soltanto una volta all'anno: Cristo, come nostro Sommo Sacerdote (Ebrei 9:11, 12) ha provveduto l'accesso alla presenza di Dio a tutti coloro che entrano "per quella via recente e vivente che Egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne" (Ebrei 10:20).

 

 

 

Esodo 27.

Il tabernacolo: l'altare di rame, il cortile

 

1-8. L'altare di rame. Era il grande altare per i sacrifici generali di animali e misurava 2,3 m per lato, per un'altezza di 1,4 m. Situato com'era all'ingresso, significava che lo spargimento di sangue (espiazione) è fondamentale perché l'uomo possa avvicinarsi a Dio. Esso rappresenta la croce (morte) di Cristo, nostro Olocausto perfetto, il quale offrì Sé stesso senza macchia a Dio (Ebrei 9:14).

9-19. Il cortile. Le cortine di lino fine che circondavano il cortile, suggeriscono che per la vera adorazione è richiesta la giustizia, poiché esse tenevano fuori tutti coloro che non entravano dall'ingresso. L'ingresso (cfr. Giovanni 10:9), raffigura Cristo, v. 16. Egli è il nostro accesso a Dio in virtù della Sua opera di redenzione.

20-21. L'olio per la luce. L'olio d'oliva puro è un simbolo dello Spirito Santo (Giovanni 3:34; Ebrei 1:9). Per coloro che sono in Cristo la luce alimentata dall'olio dello Spirito Santo arde costantemente.

 

 

 

Esodo 28.

Il sacerdozio del tabernacolo

 

1-5. Aaronne e i suoi figliuoli chiamati al sacerdozio. Aaronne, il sommo sacerdote (in ebraico "grande sacerdote"), rappresenta Cristo, che esercita il Suo ufficio secondo il modello di Aaronne (cfr. Ebrei 9), ma che secondo l'ordine di Melchisedec è Sommo Sacerdote in eterno. I paramenti sacri, come "dignità e come ornamento", v. 2, rappresentano la gloria e la bellezza di Cristo Quale nostro Sommo Sacerdote.

6-14. L'efod era un paramento simile ad un grembiule ed era posto al di sotto del pettorale del sommo sacerdote, aveva delle spallette e una cintura ricamata, e veniva indossato sopra una tunica. Su ognuna delle spallette era incastrata, in una filigrana d'oro, una pietra d'onice con su incisi i nomi di sei tribù d'Israele. Cristo porta i Suoi sulle spalle (forza) in virtù della Sua attuale intercessione come Sommo Sacerdote.

15-29. Il pettorale era riccamente ornato con pietre preziose su cui sono incisi i nomi delle tribù d'Israele. Esso è figura di Cristo che porta i nomi dei Suoi sul cuore alla presenza di Dio, come faceva Aaronne quando entrava nel santuario, v. 29.

30. Urim e Thummim. Le "Luci e Perfezioni" erano strettamente associate al pettorale del giudizio. Esse indicano il ministerio di guida dello Spirito Santo, sia che fossero pietre preziose o simboli di oracolo.

31-35. Tunica dell'efod. I sonagli sull'orlo della tunica parlavano dell'accettazione da parte di Dio del sacrificio sacerdotale. Fin quando il popolo sentiva il tintinnio dei sonagli sapeva che il sommo sacerdote era ancora vivo nel luogo santissimo e che Dio era soddisfatto del loro sacrificio espiatorio, v. 35. In contrasto, Cristo, migliore Sommo Sacerdote, vive sempre "per intercedere per loro" (Ebrei 7:25).

36-38. La lamina d'oro sulla mitra riportava incise le parole "santo all'Eterno", segno della purezza immacolata del ministerio sacerdotale di Cristo (Ebrei 7:26).

39-43. Abbigliamento dei sacerdoti comuni. I paramenti ordinari del sommo sacerdote e dei sacerdoti comuni, al di sopra dei quali era posta l'insegna speciale del sommo sacerdote, indicano che quella "dignità e ornamento" che caratterizzava Aaronne (figura di Cristo), distingueva anche i suoi figliuoli (figura dei seguaci di Cristo, credenti-sacerdoti). Le brache di lino per coprire le loro nudità, v. 42, raffigurano la giustizia di Cristo imputata al credente, elemento assolutamente necessario per accedere a Dio come sacerdote.

 

Esodo 29.

Consacrazione dei sacerdoti

 

1-4. Il lavacro. L'atto cerimoniale di lavare con acqua, che rese Aronne santo, prefigura l'azione della Parola di Dio (cfr. Efesini 5:26). Il nostro Signore, come Agnello senza macchia (Ebrei 7:26-28), non ne aveva bisogno, tuttavia si fece battezzare da Giovanni Battista nel Giordano per identificarsi con i peccatori e adempiere il modello di Aaronne (Matteo 3:13-17).

5-25. Vestizione e unzione. Vestito dei suoi splendidi paramenti, vv. 5, 6, e unto, v. 7, il Sommo Sacerdote è figura di Cristo Gesù unto di Spirito Santo (Matteo 3:16; Atti 10:38). La consacrazione dei sacerdoti richiedeva diverse offerte con spargimento di sangue animale, vv. 8-25. Ciò rendeva Aaronne una figura particolare di Cristo, il Quale fu unto dallo Spirito Santo in virtù di ciò che Egli era in Sé stesso, cioè per la Sua Deità ed umanità senza peccato, non in virtù della redenzione, come per tutti i credenti.

26-46. Cibo speciale per i sacerdoti. Doveva essere adatto per chi rappresentava il popolo dinanzi a Dio nel sacrificio e nell'adorazione.

 

 

 

Esodo 30.

L'altare dei profumi e gli adoratori

 

1-10. L'altare dei profumi era di legno d'acacia ricoperto d'oro e misurava 0,46 m per lato, in altezza 0,92 m. Fornito di corni inseparabili e di stanghe per trasportarlo, era posto nel luogo santo di fronte al velo. Su di esso Aaronne doveva offrire profumi due volte al giorno, vv. 7, 8. Il profumo simboleggia in modo appropriato la preghiera che, come soave aroma che sale in alto, giunge in modo accettevole al cielo (Apocalisse 5:8; 8:3). L'altare dei profumi raffigura Cristo come Intercessore del credente (Giovanni 17:1-26; Ebrei 7:25), perché attraverso Lui la preghiera e la lode del credente salgono a Dio (Ebrei 13:15). Non doveva essere usato nessun tipo di "profumo straniero", v. 9, ossia preparato nel modo sbagliato, ignorando il consiglio dell'Eterno (cfr. 30:34-38). Si noti a proposito il "fuoco estraneo" di Levitico 10:1-3, che si riferisce al fuoco acceso in modo diverso da quanto prescritto da Dio, e simboleggia ogni entusiasmo religioso realizzato attraverso mezzi meramente sensuali, o sostituendo qualcosa o qualcuno a Cristo come oggetto di devozione (I Corinzi 1:11-13; Colossesi 2:8, 16-19).

11-16. Il danaro del riscatto. Coloro che si accostano come veri adoratori devono essere redenti. Tutti sono perduti, tutti sono nella stessa posizione e tutti hanno bisogno della redenzione raffigurata dal pagamento del mezzo siclo d'argento.

17-21. La conca di rame. Questa vasca posta tra l'altare e la portiera era usata dai sacerdoti per compiere la purificazione delle mani e dei piedi, ed è un simbolo del lavacro dell'acqua mediante la Parola (cfr. Ebrei 10:22; Efesini 5:25-27; Giovanni 13:3-10; I Giovanni 1:9). I veri adoratori devono essere purificati anche dalle contaminazioni giornaliere.

23-33. L'olio dell'unzione, è un simbolo dello Spirito Santo. Solo i redenti, purificati giornalmente e rivestiti dalla potenza dello Spirito Santo possono adorare efficacemente Dio (Giovanni 4:23; Efesini 2:18; Efesini 5:18, 19) nella bellezza e nella fragranza della Sua santità.

34-38. Il profumo. Vengono indicati anche gli ingredienti, come nel caso dell'olio dell'unzione. Soltanto questi redenti, vv. 11-16; purificati, vv. 7-21, e unti, vv. 34-38, possono adorare veramente Dio con preghiere genuine, lodi e ringraziamenti, vv. 34-38, simboleggiati dal profumo che, a sua volta, doveva essere composto in maniera unica e riservato soltanto per l'adorazione a Dio, v. 37. Imitarlo era un crimine punibile con la morte, e ciò mostra che la vera adorazione deve essere fatta "in spirito e verità"(Giovanni 4:23, 24).

 

 

Esodo 31.

Gli artefici e il sabato

 

1-11. La chiamata degli artefici. Betsaleel (che significa "all'ombra di Dio") e Oholiab (che significa "tenda di mio padre") furono riempiti dello Spirito di Dio, di abilità ed intelligenza, di sapienza e bravura, vv. 2, 3, per eseguire tutti i particolari lavori necessari.

12-17. La legge del sabato riaffermata. Citiamo Esodo 16:23-29 per la prima istituzione del giorno del riposo che doveva essere osservata da Israele, in connessione al dono della manna. Poco dopo, esso fu sancito nuovamente nel quarto comandamento (Esodo 20:8-11), dove è messo in relazione al riposo di Dio dopo la creazione (Genesi 2:2). Il sabato è, di conseguenza, un'istituzione giudaica, connessa con il patto mosaico o Legge, e la sua infrazione è punibile con la morte. La domenica non è un sabato, ma il primo giorno della settimana e appartiene alla nuova era della grazia, che scelse il giorno della risurrezione di Cristo. L'osservanza del sabato legalistico è un tornare indietro all'epoca precedente al velo squarciato (Matteo 27:51).

18. Mosè riceve le tavole di pietra (cfr. Esodo 32:16). È significativo che le tavole furono "scritte col dito di Dio", piuttosto che essere state affidate ad uno scriba umano. L'atto straordinario attesta l'importanza della Legge di Dio.

 

 

 

Esodo 32.

Il patto infranto

 

1-14. Il vitello d'oro. Il patto della Legge, accettato così prontamente, fu qui vergognosamente violato, e ciò mostra la completa incapacità del popolo di osservarlo con la propria forza. Subito dopo aver proclamato che non si sarebbero fatti idoli, né avrebbero adorato altri dèi, il popolo modellò un vitello che rappresentava un ritorno all'adorazione della divinità egiziana Apis, oppure la pratica cananea di preparare uno sgabello o trono per Dio (Baal viene spesso raffigurato sulla groppa di un toro). Soltanto l'intercessione di Mosè li salvò dalla distruzione di massa, vv. 11-14.

15-35. Le tavole spezzate. Una scena di terribile apostasia e depravazione si presentò a Mosè, l'uomo di Dio, che scendeva dal Sinai con la Legge del Signore in mano. L'intera scena mostrava l'incapacità della Legge, in sé stessa buona, di salvare l'uomo. L'uomo depravato non può mai essere salvato attraverso l'osservanza della Legge, ma unicamente per grazia (Efesini 2:8). La giustificazione per fede è da sempre la via della salvezza. La Legge era un "pedagogo" per rivelare il peccato dell'uomo e il suo bisogno della grazia e della redenzione di Dio. Mosè chiamò coloro che erano dalla parte del Signore, ed i Leviti si radunarono uccidendo 3.000 dei peggiori trasgressori. Inoltre, la confessione e l'intercessione di Mosè, vv. 30-35, presenta una nobile scena dell'interesse umano per il bene del popolo di Dio, una delle immagini più sublimi che si trovano nella Sacra Scrittura.

 

 

 

 

Esodo 33-34.

Ristoramento della Legge

 

33:1-23. La nuova visione di Mosè. Il viaggio verso Canaan fu ripreso, v. 16, e la "tenda di convegno" (non il tabernacolo, che fu eretto in seguito) fu piantata fuori dal campo, vv. 7-11. Mosè pregò per una nuova visione, vv. 12-17, e gli fu promesso un nuovo mandato, vv. 18-23.

34:1-4. Seconde tavole della Legge. Di nuovo, l'iscrizione fu operata da Dio. Le seconde tavole della legge furono autorevoli tanto quanto le prime.

5-17. La nuova visione e mandato. Mosè vide passare il Signore davanti a lui, vv. 5-9, e il suo mandato fu rinnovato, vv. 10-17. Qui il patriarca vide la gloria di Yahwèh.

18-35. Le feste ed il sabato comandati di nuovo. Questa è una ripetizione della festa dei pani azzimi, v. 18, del riscatto dei primogeniti, vv. 19, 20, del sabato, v. 21, della festa delle settimane e della raccolta, ed altre ancora, vv. 22-27. Il viso di Mosè era raggiante dopo che scese dall'incontro di 40 giorni con Dio, vv. 28-35 (cfr. II Corinzi 3:6-18).

 

 

 

Esodo 35-39.

Costruzione del tabernacolo

 

35:1-3. Il sabato. Questo principio fondamentale del culto Israelitico viene ancora una volta riaffermato ed enfatizzato (cfr. Esodo 16:23-29; Esodo 20:8-11; Esodo 31:12-17; Esodo 34:21).

35:4-36:7. I doni e gli artigiani per il tabernacolo. Ciò che fu comandato in Esodo 25:1-8 riguardo ai doni per la costruzione del tabernacolo qui venne eseguito. Betsaleel e Oholiab (cfr. Esodo 31:1-11), gli artigiani principali, furono nuovamente indicati e evidenziati per i talenti ricevuti da Dio (Esodo 35:30-35). Il popolo d'Israele fu così generoso nelle offerte per i lavori che Mosè dovette moderarli (Esodo 36:1-7). Che esempio per il popolo di Dio!

36:8-39:43. Costruzione del tabernacolo. Questi capitoli descrivono il materiale e l'arredamento del tabernacolo raccolto e fatto secondo le direttive dei capp. 25-31. Vengono date istruzioni relative ai teli di lino (Esodo 36:8-13 - cfr. Esodo 26:1-6), ai teli di peli di capra (Esodo 36:14-18 - cfr. Esodo 26:7), una coperta di pelle di montone (Esodo 36:19 - cfr. Esodo 26:14), alle assi (Esodo 36:20-23; - cfr. Esodo 26:15), alle basi d'argento (Esodo 36:24-30 - cfr. Esodo 26:19), alle traverse (Esodo 36:31-33 - cfr. Esodo 26:26), al rivestimento d'oro (Esodo 36:34 - cfr. Esodo 26:29), al velo e alla portiera (Esodo 36:35-38 - cfr. Esodo 26:31, 36). Allo stesso modo, viene nuovamente riportato in dettaglio l'arredamento: l'arca (Esodo 37:1-5 - cfr. Esodo 5:10), il propiziatorio (Esodo 37:6-9 - cfr. Esodo 25:17), la tavola (Esodo 37:10-16 - cfr. Esodo 25:23), il candelabro (Esodo 37:17-24 - cfr. Esodo 25:31), l'altare dei profumi (Esodo 37:25-28 - cfr. Esodo 30:1), l'olio santo (Esodo 37:29 - cfr. Esodo 30:23-38), l'altare degli olocausti (Esodo 38:1-7 - cfr. Esodo 27:1), la conca di rame (Esodo 38:8 - cfr. Esodo 30:18), il cortile (Esodo 38:9-31 - cfr. Esodo 27:9, 16), i paramenti del sommo sacerdote Aaronne (Esodo 39:1-43 - cfr. Esodo 31:10).

 

 

 

Esodo 40.

Erezione del tabernacolo

 

1-19. Costruito secondo le indicazioni di Dio, vv. 1-15, e in perfetta ubbidienza, vv. 16-19.

20-33. Arredato. L'arca fu posta nel Luogo Santissimo, vv. 20, 21. L'arredamento fu collocato, vv. 22-26. Le offerte prescritte e i rituali furono compiuti, vv. 27-33.

34-38. Divinamente accettato. Dio benedisse Mosè ed il popolo con la Sua presenza quando la tenda fu ripiena della Sua gloria. Lo splendore era tale che Mosè non fu in grado di officiare. Una moltitudine di miseri schiavi d'Egitto segna l'inizio del libro dell'Esodo e una nazione emancipata, in comunione con Dio, sulla via per Canaan lo conclude. Questo è davvero quello che qualcuno ha definito "il libro della redenzione".